Sulle note di Highway to Hell si inizia a complete

9.30.

Il Sole è alto, tutto è pronto. Acceso chiacchiericcio dei più di 1000 partecipanti che mordono il freno. Ci raccogliamo tutti davanti all’arco gonfiabile della partenza.

Un simpatico signore con cortissimi capelli bianchi e occhialetti da sole tondi sale su una jeep e inizia a ballare al ritmo della musica che esplode dalle casse.

È Patrick, l’istrionico inventore di questa incredibile avventura che, a suo agio con il microfono, da’ il benvenuto a tutti e racconta delle origini della gara.

Racconta di come, più di trenta anni fa, abbia attraversato il deserto da solo, dell’amore a prima vista per questi luoghi e del desiderio di condividere quell’esperienza e quella bellezza che, alla fine, ha portò alla nascita della Marathon Des Sables.

Mentre parla mi guardo attorno e vedo tutto l’allestimento e il personale all’opera. Organizzazione che parla francese, non solo come lingua. Ci si sente in Francia perchè i francesi sanno essere così ovunque nel mondo, sanno ricordarti la loro grandeur e a ragione: la macchina organizzativa è colossale, mi dicono che sono in 500 tra organizzatori, volontari, giornalisti, medici e infermieri. Un campo che si sposterà ogni giorno, mezzi dell’esercito, due elicotteri e un vero ospedale da campo. Da 33 anni si ripete questo adrenalinico momento della partenza, ci si sente tra amici, ma si percepisce che nulla è lasciato al caso.

Patrick fa una pausa. L’ultima canzone di sfondo viene interrotta e per un istante è silenzio.

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Tre giri di basso echeggiano nello spazio dandoci un attimo per riconoscere un brano che ci fa vibrare di emozione.

AC/DC. Highway to Hell.

Patrick termina il suo discorso dicendoci che questo brano scandirà la partenza di ogni tappa. E mentre partono i primi versi, ecco che sento le parole che tutti stiamo aspettando da mesi.

Trois, deux, un.

Più di mille persone avanzano oltre l’arco gonfiabile lasciandosi alle spalle tutti quei grandiosi artifici e si allargano lungo il percorso nel deserto.

Mi muovo anche io, inizio a correre sulla terra battuta. Con lo zaino sulle spalle, gli occhiali da sole addosso e le borracce sugli spallacci, faccio partire il cronometro.

Mi sono dato alcune regole: bere ogni 10 minuti e, dopo ogni borraccia d’acqua, almeno una pastiglia di sale.

Sì, sale. Prima di partire tutti gli esperti mi hanno raccomandato di assumere almeno 1 grammo di sale per ogni litro di acqua bevuto, perchè l’eccessiva sudorazione può di mandare in crisi il cuore, e l’unico modo per integrare le perdite è assumere sale ogni volta che si beve. Alla partenza infatti ci sono state consegnate 120 pastiglie di sale e, per tutta la gara, ci sforzeremo di prendere l’abitudine a bere e mangiare sale in modo continuo.

Ferdinando Giannone, prima di partire, mi aveva suggerito di mangiare il sale prima di andare a dormire e di bere mezzo litro d’acqua al risveglio, in modo da fare una vera e propria scorta.

Mi attengo ai consigli: per i primi km non faccio altro che bere e correre.

Tutti bevono e corrono, qualcuno chiacchiera. Si formano spontaneamente i gruppi delle persone che andranno alla stessa velocità.

Al decimo km c’è il primo ristoro. Sono il 1038, la colonna cui devo fare riferimento è quella di destra. Al ristoro viene consegnata l’acqua, abbiamo una tessera da bucare ogni volta che la prendiamo.

Al primo ristoro si passa veloce: giusto il tempo di riempire le borracce e si riparte.

Arrivo ai primi campi di sabbia, le prime dune: mi bastano pochi metri per capire che non sono pronto ad affrontarle.

Vado pianissimo nonostante sia a pochi km dalla partenza, ho corso appena 20 km, sto benissimo lo zaino non mi pesa, le gambe girano eppure è evidente che sulla sabbia non vado avanti. I piedi affondano, la spinta che imprimo alle gambe si disperde e la risposta l mio sforzo non è quella che mi aspetto.

Tengo il cellulare a portata di mano, perché voglio documentare i luoghi che vedrò: qualche foto ogni tanto, anche se perdo qualche minuto non mi interessa. Iniziano le rocce, dopo la prima salita vuoi non fare una foto? Seconda salita, un’altra foto, ma il telefono cade e si spacca il monitor.

Primo record personale della MDS: rompere il telefono dopo soli 25km. Passo l’ultimo ristoro ed ecco l’arrivo della prima tappa, supero l’arco gonfiabile e, ad aspettarmi, trovo subito una bella sorpresa: un te caldo alla menta.

La prima tappa è completata. Una trentina di chilometri che si possono definire di avvicinamento al deserto, una tappa facile e veloce per capire dove siamo e ambientare il nostro corpo.

Dopo l’arrivo vado nella mia tenda, la numero 7, dove sono già radunati quelli che sono arrivati prima di me.

Mi tolgo le calze, faccio riposare i piedi, bevo tutto quello che riesco ma con l’ansia di lasciare acqua a sufficienza anche il giorno successivo. Ogni giorno ci viene consegnata dell’acqua all’arrivo della tappa che ci deve durare fino al primo ristoro della tappa successiva.

Il caldo si è fatto sentire, ma è un caldo asciutto che, se stai attento, non dà fastidio. Nelle ore più calde ci ripariamo sotto la tenda e il tutto è mitigato da un piacevole venticello. Sembra tutto perfetto.

Mangio una Raw Bite, apro la busta di nocciole Altalanga, deliziosamente tostate, e le faccio assaggiare al resto dei compagni. Sotto la tenda si forma subito una piccola comunità, in cui la condivisione è tutto. C’è chi chiede un coltellino, chi le forbici, chi condivide un po’ del proprio cibo e chi prepara il caffè. Ci siamo calati in questa nuova normalità come se fossimo già in viaggio da mesi, e non ci sembra affatto strano scaldare dell’acqua in un pentolino per versarla in una busta di cibo liofilizzato.

Metto il mio riso con i cavoli essiccati nella tazza, aggiungo dell’acqua a temperatura ambinete e dopo mezz’ora assaggio. Si può mangiare anche così: non c’è stato bisogno di scaldare l’acqua, anche perchè ‘a temperatura ambiente’, con i 40°C del deserto, non si può certo definire fredda.

Aggiungo un po’ di semi tra il dolce e il salato e mangio tutto.

Una passeggiata tranquilla attraverso il campo, inizio a riconoscere i volti di qualcuno delle altre tende, scambio qualche parola in francese un po’ in inglese, il tempo passa, siamo immersi in una dimensione altra rispetto alle nostre vite di tutti i giorni dove si può chiacchierare senza guardare l’orologio, mangiare quando si ha fame, dove nulla è scandito da regole ma solo dalle sensazioni.

Nel deserto si torna ad ascoltarsi, ci si mette a nudo, si abbattono le barriere. Non puoi indossare maschere: sei tu con i tuoi difetti e i tuoi pregi, non serve nessun filtro, la fatica e la vita da campo non lasciano spazio a nulla di tutto questo.

Arriva il tramonto, sul campo scende il silenzio, alle 7 si è già cenato, cala il buio, al centro del campo viene acceso un falò. Il fuoco è magia a qualsiasi parallelo, possiamo alzare lo sguardo e vedere le stelle come noi cittadini non siamo più abituati, senza inquinamento luminoso, le stelle sono tantissime, brillano immobili sulle nostre teste.

Con il buio arriva il freddo, si alza il vento soffia e ci infiliamo nei nostri sacchi a pelo, usando per cuscino i vestiti che utilizziamo di giorno, le tende sono aperte e, quando il freddo non è troppo e ti permette di tenere fuori dal sacco a pelo almeno gli occhi, si vedono le stelle sopra di noi, poi nella notte ci si chiude del tutto dentro.

Le notti sono lunghe, non sono abituato ad andare a dormire così presto, e la stanchezza non è ancora sufficiente a dormire tutto il tempo. Spesso mi sveglio ma il freddo non permette di uscire dal sacco.

Arriva la mattina, alle 5 il campo è sveglio e tutti iniziano i propri riti. C’è chi si prepara il beverone per la colazione, chi azzarda una doccia con una bottiglia bucata, chi scalda l’acqua. Io sono sempre l’ultimo a uscire dal mio sacco a pelo, mi sembra una dispendio inutile di energie, fuori al letto fa molto freddo, e la partenza è dopo più di tre ore. Ogni giorno il campo viene smontato e rimontato: alle primissime luci del giorno lo staff del campo, principalmente operai marocchini, vengono e smontano il tetto della tenda, in meno di mezzora siamo tutti sui tappeti con gli zaini da rifare, il nostro materiale sparso un po’ in giro.

Vedo che molti hanno già i primi problemi: le vesciche ai piedi, le piaghe dello zaino sulle spalle. È solo la seconda mattina di gara, ma in tanti iniziano l’opera di alleggerimento dello zaino. Alcuni rinunciano al materassino, c’è chi lascia il fornello da campo, chi abbandona barrette.

Salvatore decide di regalare il suo mezzochilo di parmigiano, lo aveva portato convinto che avrebbe sarebbe stato una gioia e per tutta la tenda, ma dopo il primo giorno si accorge che il rapporto costo/beneficio è sfavorevole, meglio abbandonarlo.

Nulla viene buttato ma lasciato alle tende dove ci sarà chi lo recupererà prima della nostra partenza e lo utilizzerà.

Secondo giorno nel deserto, seconda tappa.

Gli AC/DC a tutto volume, il conto alla rovescia e una nuova partenza.

Ci aspetta una tappa di 32 km. Terra battuta, dune di sabbia. Dopo un punto ristoro si vede una fortezza all’orizonte, una struttura bellissima nel mezzo del nulla. Un grande campo di dune, un erg come viene definito qui.

Luoghi meravigliosi che diventano cornice della mia inabilità ad affrontare la sabbia. Non vado avanti, dire che rallento è poco, è evidente che non sono pronto per affrontare le dune, non sono affatto stanco ma vado lentissimo:  i piedi affondano nella sabbia e la lentezza tanto frustrante quanto il caldo e l’insolente linea dell’orizzonte che proprio non si avvicina. Pazienza, in realtà questa situazione mi diverte e, nel suo insieme, mi piace.

Finito il tratto sabbioso inizia la montagna, un terreno più familiare dove si sale, si sale tanto e finalmente mi sento a mio agio. Una salita ripida sotto il Sole rovente, la affronto con entusiasmo: sto benissimo, mi piace e mi diverto, ma il timore che il caldo possa fare scherzi mi spinge ad essere prudente, non vado veloce neanche se su questo terreno potrei farlo; non so come il mio corpo reagisce a questa temperatura.

Bevo, sto bene, proseguo. Vedo la cima della montagna, è bellissima un paesaggio incantevole, non sono per nulla stanco, ho deciso che affronterò la gara ricordandomi che sono 250 km e che quindi bisogna saper aspettare, non andare veloci. Il primo giorno capisco che quelli davanti a me vanno molto più forte di me, è una gara a tappe, purtroppo non il tipo di gara che fa per me, il terreno è un terreno molto veloce e dove la differenza si può fare sulle dune, dove io non so correre, e attraverso i “piattoni”, lunghi tratti di strada piatta dove si può correre molto veloce, ma io sono lento.

Insomma: inutile pensare alla classifica, meglio godersi ogni istante di questa mia prima gara nel deserto dove l’obbiettivo è divertirmi e arrivare alla fine stando bene.

Questa tappa di montagna vola, faccio la discesa nella sabbia con le corde divertentissima, ancora 3 km di pianura e terra battuta e poi l’arrivo anche la seconda tappa è andata. La vita al campo inizia ad essere per tutti noi qualcosa di naturale, e quotidiano, dopo l’arrivo si mangia ci si riposa e si passeggia andando a salutare gli altri concorrenti conosciuti lungo il percorso, si aspetta la classifica si commenta. Accompagno alcuni amici in infermeria a curare le vesciche, con la scusa che parlo francese ne approfitto per stare con loro tradurre a aiutarli a medicare, è una delle cose che amo fare un po’ di medicazione, l’ospedale del campo è una parte tra le più vive, dove si fanno incontri con chi non conosci, una babilonia di gente che si incontra e chiacchiera. Siamo in mille partecipanti, da tutto il mondo, tutte le differenze sono azzerate, si parla solo di deserto, acqua sete corsa vesciche. Il principale motivo di fatica durante questa gara è la disidratazione, se non ti abitui a bere sempre e a prendere il sale, il corpo va in crisi i sintomi sono una stanchezza e spossatezza generale, non ci si regge in piedi e fio alla flebo non ci si riprende. Purtroppo l’unico modo per combattere la disidratazione è bere a comando, non quando si ha sete ma sempre e comunque. E poi ci sono i piedi, che ogni giorno peggiorano, dando origine a tendiniti spesso perché si appoggia male il piede, si compensa e si cammina come non si dovrebbe. Al campo ci sono alcuni spazi comuni, uno è la postazione internet da cui si possono inviare mail o telefonare tramite telefono satellitare. Prima di cena, passa in tenda i “postino” distribuisce la posta a tutti i concorrenti che ricevono mail da chi ci segue da casa. Dal sito della MDS, chiunque può inviare una mail ai concorrenti, è un momento molto bello si torna a ricevere la posta su carta stampata, c’è chi si commuove ricevendo qualche riga da casa, è bellissimo si da più importanza alle parole. Mi scrivono Sabrina, Lucia, Marta, Matteo, Katia, Marina, Paola, Andrea e tantissimi amici, le parole che ricevo rimangono impresse nella mia mente, come se si tornasse a dare peso alle parole, una parola scritta e stampata ha un peso specifico superiore a una mail sul cellulare o a un whatsapp, come se fosse più meditata rimbomba nel silenzio del deserto. Le ore passate a correre servono principalmente a riflettere sulla propria vita, sui propri sogni. In questo viaggio più che mai mi prendo del tempo per me, mi serve a ricalibrare il mio futuro. Le chiacchierate con Salvatore sono una crescita quotidiana, nel deserto ti scopri diverso ti ricordi meglio chi sei e

quello che vuoi davvero essere. Questi km mi fanno capire quanto devo continuare ad essere me stesso, nel lavoro di ogni giorno, sono determinato a tornare e portare avanti i progetti iniziati negli ultimi mesi, il blog in cui parlare di corsa e alimentazione deve crescere, il lavoro con l’export del cibo e l’impegno in Slow Food, e Dorando saranno le mie priorità, appena torno devo lavorarci con convinzione e determinazione, dobbiamo imparare ad ascoltarci anche quando non siamo nel deserto, ogni giorno e fare quello in cui crediamo senza paura dei giudizi di chi ci circonda, se si è convinti e determinati tutto si può fare, questo ci insegna la MdS, vedere finire la tappe gente che magari un anno prima non faceva certo sport in modo continuativo, la testa ordina il corpo esegue.

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