Ultra Trail Via degli Dei…viaggiare nella storia correndo e camminando…

L’anno scorso ho partecipato al “Ultra Trail Via degli Dei” una traccia segnata tra Bologna e Fiesole, un percorso nella storia. Una via che ogni anno migliaia di persone percorrono a piedi, camminando e vivendo un territorio straordinario. Una prima edizione nel 2017, la gara oggi è stata migliorata con intelligenza e umiltà gli organizzatori hanno saputo prendere spunto dei feedback dei partecipanti….una gara nel panorama nazionale delle tante Ultra davvero molto interessante. Correre è uno sport, ma a me piace continuare a immaginare le ultra prima di tutto come un viaggio, un viaggio nella storia, in un luogo e in se stessi. Questa mattina correndo con amici, mi interrogavo proprio sul perché correre queste lunghe distanze, quanto senso abbia ed ogni volta mi viene spontaneo pensare che l’uomo è forse l’essere vivente con maggior resistenza, il nostro corpo è resiliente, ha la incredibile capacità di adattarsi a tutto ciò che è sostenibile. Viaggiare dentro se stessi, apprezzando il paesaggio, dimenticando l’orologio e pensando solo a divertirsi, un percorso che si può fare in tanti giorni o semplicemente in una tappa unica lunga e di seguito.

Penso alla gara dell’anno scorso, una partenza notturna, non di facile gestione ma davvero emozionante, partire in una Bologna che va a dormire o che inizia la sua vita notturna, subito una salita in città e poi ci si immerge nella natura nei parchi, si corre per molti km un percorso veloce che lascia il passo ad un sali scendi. Percorsi e paesaggi che si alternano tra boschi sentieri e infinite distese di campi coltivati.

Vi consiglio di visitare il sito della gara per poter conoscere nel dettaglio questa bella gara… Ultra Trail Via degli Dei

Parliamo di materiale….

Giacca FERRINO

Kunene

Resistenza all’acqua eccellente, traspirante ed è ottima anche per tenere il caldo.

Zaino ferrino

Xcross

La sensazione di non averlo, si possono portare due borracce morbide davanti sugli spallacci e due dietro.

Solette NOENE Ergonomic AC+

Sempre e comunque.

Occhiali Rudy

Neve, pioggia o sole: incredibile come gli occhiali giusti ti possano davvero rendere le giornate di sport migliori con qualsiasi condizione atmosferica.

Il racconto del Trail della Bora

Una gara probabilmente unica nel panorama nazionale

In questa gara la strategia gioca un ruolo fondamentale.

Per prima cosa, ogni partecipante deve scegliere a che ora partire fra tre possibilità.

Valutando il percorso ho deciso che la cosa migliore è correre i primi 60 km nella notte, ritengo infatti che la parte successiva sarà più complessa, meglio affrontarla con la luce del giorno. Per questo ho scelto di partire alle 22.00.

La mattina prima della gara provo a dormire ma, essendo abituato a svegliarmi molto presto, fatico a prendere sonno. Faccio colazione a base di carboidrati (pane, un po’ di riso venere e generosi cucchiai di pasta di nocciole), poi mi metto a passeggiare tra le strade e i sentieri intorno a Sistiana.

Scendo al mare, supero un porto turistico e mi trovo a Porto Piccolo, un magnifico villaggio che non conoscevo.

Qui la baia è completamente ristrutturata, dominata dalla presenza di residence, case, alberghi, e SPA. Lo hanno chiamato Ecovillaggio. Dal punto di vista estetico hanno indubbiamente fatto un gran lavoro, la struttura scavata nella roccia risulta quasi invisibile ma, come accade spesso in questi casi, al pensiero della bellezza che mi ha colpito si accompagna l’amarezza del dubbio sulla sostenibilità effettiva di questi luoghi di turismo di lusso. Mi impegno nelle prossime ore a scoprine di più.

Poco prima di ritirare il pettorale, l’iPhone mi informa che ho fatto 10 km di passeggiata… beh, volevo conoscere un po’ il paesaggio, giusto?

Susanna e Tommaso mi accolgono al punto ritiro dei pettorali con un sorriso che quasi quasi distrae dal fatto che manchino poche ore alla partenza della gara; ragazzi disponibili, simpatici e pronti a scambiare due parole: finalmente qualcuno che si comporta in modo tranquillo, consapevole di star organizzando una gara e non salvando il mondo.

L’atmosfera è accogliente, tutto è pronto e in ordine. Mi consegnano il pettorale (numero 43) e la cassa da riempire, che ritroverò ogni 20 km circa durante la gara.

Ancora qualche ora per uno spuntino, un po’ di riposo, preparazione dello zaino e poi sarà davvero l’inizio della Bora Trail.

Alle 22 siamo tutti sulla linea di partenza. Via, si parte.

Immediatamente capiamo tutti quale sarà la difficoltà principale della gara: trovare la traccia.

Il problema è che il percorso non è segnato, non c’è neanche una balise sulla strada: soltanto la traccia GPS da seguire. Fortunatamente sono riuscito a caricare la traccia sul mio Garmin, grazie all’aiuto di un concorrente conosciuto in hotel tre ore prima della partenza.

Resta il fatto che, se non si è abituati a usare un dispositivo GPS per seguire un percorso, risulta molto difficile spiegare come funziona e abituarsi in poco tempo.

Immaginate una linea tracciata sul quadrante e un puntatore che indica la tua posizione: il puntatore deve essere sempre allineato alla traccia. Sempre e con esattezza per 164 km, appena ti distrai o pensi solo a correre, ti perdi.

I primi 20 km che ci separano del ristoro volano. Percorso veloce, caratterizzato da tante chiacchiere con gli altri partecipanti. La prima base è all’interno di un campeggio. Bevo dell’acqua calda, mangio una barretta e riparto, anche il tratto successivo è abbastanza facile e scorrevole: il paesaggio cambia di continuo tra sentieri, rocce e pietraie. Anche se è notte la temperatura è molto piacevole, quasi non sembra inverno, siamo decisamente fortunati. Si entra in Slovenia con il buio ma l’orologio ci dice che è quasi mattina. Siamo già in quella fase tipica delle gare Ultra in cui si è immersi nella corsa e nella natura, e non si sa se sia giorno o notte né da quanto tempo si sia partiti. Durante una lunga e bellissima salita, mi trovo da solo con un ragazzo austriaco, Werner, col quale raggiungo il secondo ristoro; è simpatico e corre alla mia velocità, perciò decidiamo di fare un po’ di km insieme.

Al ristoro mi sistemo un’unghia che mi dà fastidio: non avendo nessuna forbicina, penso bene di tagliarla con delle tronchesi per il ferro. Col senno di poi riconosco che le tronchesi sono state un po’ eccessive, ma c’è poco da fare, sono fatto così e l’unghia andava assolutamente sistemata.

Mangio un po’ di HemPasta, bevo tanta acqua calda e riparto. Dopo meno di un km inizia a piovere, metto il guscio Ferrino che da qualche giorno mi fa compagnia, e inizio la salita. Bellissime montagne: circa 30 km percorsi tra faggi, neve e pietre; forse la parte più difficile ed impegnativa come dislivello ma davvero strepitosa per i suoi paesaggi.

Arriviamo al ristoro al km 88: una casetta al fondo di una discesa. L’ambiente dentro è caldo, accogliente e soprattutto rincuorante dato che ormai corriamo sotto la pioggia da 8 ore, la giacca mi ha tenuto caldo e asciutto, invece i piedi sono decisamente fradici e devo assolutamente cambiare le calze.

Bevo, mangio un po’ di zenzero, datteri e proseguo. Ancora salite e discese, neve e tante pietre. Attraverso un tratto di roccia decisamente tecnico in cui perdo la traccia di continuo. Mi viene spontaneo pensare alla PTL, la gara dell’UTMB che si corre in autonomia, solo con la traccia GPS ma con la grande differenza che alla PTL si è in team. Certo sei sul Monte Bianco, il terreno è estremamente più difficile e le pendenze sono maggiori, ma almeno non sei da solo.

Raggiungo il ristoro del km 100, per i prossimi 45 km non ce ne saranno altri. Sono sempre insieme a Werner, continuo a sentirmi bene, riesco a correre senza fatica e sono davvero di ottimo umore. Ci concediamo mezz’ora per riscaldarci e poi ripartiamo.

Fuori continua a piovere, non ha smesso neanche per un istante, il terreno è tutto bagnato e noi abbiamo i piedi a mollo da più di 10 ore che iniziano a fare male proprio per l’eccessiva umidità. I muscoli delle gambe chiedono di correre, perché è il modo in cui affronto i momenti di crisi ma, appena mi distraggo e penso solo a correre perdo strada.

Pioggia, ancora tratti in salita al tramonto, strade bianche e qualche sentiero, e ancora buio. Inizia così la seconda notte di gara. Chiacchiero in inglese con Werner. Parlare in una lingua che non è la mia mi tiene sveglio ma ogni tanto ho la sensazione di non sapere esattamente cosa io stia facendo.

Con la fine del bosco finisce anche la discesa cui segue un tratto di pianura. Ci troviamo in un dedalo di sentieri, stradine e muretti a secco. Siamo al confine tra Italia e Slovenia, ce lo ricordano i cartelli presenti quasi ogni km e i buoi che ci osservano indolenti.

110 km sulle spalle, la pioggia incessante, la traccia GPS da controllare ogni momento: siamo arrivati a quel punto della gara dove in cui o la testa ti dice che devi arrivare alla fine o diventa davvero complicato proseguire.

Il mio amico rallenta, è provato dal percorso sempre identico, dal freddo e dalla pioggia. Inizia a pensare di ritirarsi, al 125 km c’è un punto acqua caldo, chiamiamo l’organizzazione, cerco di fargli coraggio ma sento che sto per perdere il mio compagno. Sto con lui quasi 45 minuti tra telefonate e attesa, poi decido di ripartire.

Inizia una nuova salita, dall’organizzazione mi dicono che questa sarà molto impegnativa e che è difficile trovare il sentiero.

Subito penso che è impossibile che sia peggio della parte precedente ma, dopo i primi 6 km, devo ammettere che è proprio così.

È davvero molto peggio. Sono solo sul sentiero di Skabar, che in questo punto è segnato ma si perde tra i rovi; arriva l’immancabile crisi di sonno, un ostacolo che conosco e saprei gestire, se non fosse per il sentiero da seguire con il GPS. Una parte di me si chiede che senso abbia continuare a seguire un puntino mentre vorresti essere sotto il piumone a casa, eppure so che, scavando nel profondo, come sempre troverò l’energia per farlo. Proseguo tra rallentamento fisiologico e tratti in cui perdo il percorso, i km non passano più, mi sembra di andare pianissimo, inizio a pensare che vado talmente piano che non ha alcun senso proseguire la gara.

Poi però mi costringo a concentrarmi e ragionare: sto bene, non ho problemi, mi sento in sicurezza e, anche se sto andando piano, sto comunque andando avanti.

Perciò proseguo, e appena il sonno svanisce, aumento il passo.

Il sentiero e i paesaggi sembrano molto belli, certo che con la pioggia, il buio e la nebbia che si è alzata è difficile dirlo con certezza, ma qualcosa si percepisce.

Dal GPS vedo che mancano ancora 5 km al ristoro, sembrano infiniti e lentissimi ma poi anche questi passano.

Proseguo sapendo che l’ultimo tratto sarà veloce ed è difficile perdersi.

Ultimo ristoro, ultimo cambio calze. I piedi ormai sono cotti, conseguenza della tipica stupidaggine di averli lasciati a mollo per ore, mi rallentano mostruosamente. Penso che per fortuna non ho nulla e sto molto bene, so benissimo che i piedi torneranno normali al primo lavaggio e basterà stare senza scarpe qualche ora, ma nel frattempo fatico ad andare avanti.

Come previsto gli ultimi 20 km sono davvero facili e si potrebbero correre tutti velocemente, invece il ci metto una vita a causa di questi piedi, ma va bene così.

Proseguo, dopo 10 km arrivo nelle vicinanze di Sistiana, poi scendo verso il mare. La strada si affaccia sul golfo, un paesaggio incantevole, poi risale e finalmente si arriva a Sistiana: ultimo km di corsa, sofferto per colpa dei piedi, e poi l’arco dell’arrivo.

È stato davvero un percorso impegnativo, al termine sono stato felice di trovare il controllo antidoping, mi fa piacere che anche in queste gare ci siano e controllino che tutto si svolga nella totale correttezza.

In conclusione il mio consiglio per chi volesse partecipare in futuro a questa gara è: imparate a caricare e seguire i tracciati sui dispositivi GPS.

Prepariamo la cassa…

Alla corsa della bora i punti ristoro hanno una particolarità: i partecipanti hanno disposizione il cibo che si sono preparati in anticipo.

“I punti di ristoro saranno costituiti da casse in legno o plastica formato 40×40 cm in cui i concorrenti potranno inserire tutto quello che desiderano, compresi indumenti ed attrezzatura. Non verrà accettato alcun oggetto non contenuto nella cassa. La cassa deve contenere anche i liquidi e gli alimenti diversi dall’acqua.”

(estratto del regolamento di gara)

Così, se durante il Tor des Géants avevamo le nostre ‘borse gialle’, durante l’Ipertrail sarò seguito da una cassa di legno con dentro tutti i miei pasti e l’attrezzatura che potrà servirmi di volta in volta.

Il percorso è molto tecnico e, anche se è lungo circa la metà del Tor, sarà impegnativo anche per via delle condizioni meteo estremamente variabili e per le conformazioni naturali del percorso.

Per il percorso Ipertrail ho deciso di osservare la regola di mangiare ogni 20 minuti e bere ogni 15.

Ecco con cosa riempirò la mia cassa per affrontare questa sfida:

Barrette a base di frutta secca di Raw Bite; elemento fondamentale: energia immediata, facile da mangiare senza doversi fermare, barrette generalmente molto proteiche.

  • Biscotti di Andrea Monti, a base di nocciole e burro di cacao
  • Caffè preparato da Gocce di Cioccolato
  • Miele di Girba
  • Cioccolato fondente
  • Zenzero e datteri selezionati da Angolo dei Sapori

HemPasta; la pasta equilibrata e completa di Lorenzo Bossina, in versione ‘insalata di pasta’ condita con olio extravergine di oliva, olio di cocco e pasta di sesamo .

Riso de Gli Aironi; anche questo freddo, ne farò cuocere circa 500 grammi, in modo da poterne mangiare qualche forchettata ogni volta che incontro la scatola.

Pasta di nocciole AltaLanga; da mangiare a cucchiai: energetica, digeribile ed incredibilmente buona.

Pasta di sesamo; ricca di calcio e molto proteica.

Latte di riso; contiene zuccheri facili da digerire ed è ottimo per il recupero.

Magnesio in polvere; utile per i muscoli.

Mix di frutti rossi secchi, datteri e mandorle di Fior di Loto; i frutti

disidratati danno un rapido apporto di zuccheri immediatamente fruibili

dall’organismo mentre le mandorle forniscono acidi grassi mono- e polinsaturi, proteine e magnesio. Inoltre sono buonissime!

Corse come questa dipendono sicuramente dall’allenamento ma, quando arrivano le condizioni più ostili e i momenti critici, la disciplina e la testa giocano un ruolo fondamentale.

Dover pensare in anticipo al cibo da preparare per l’Ipertrail è stato anche un modo per ragionare sulle mie necessità durante la corsa, basandomi su gare passate e sull’esperienza degli allenamenti, per essere consapevole e davvero autosufficiente durante un percorso così lungo.

Quando vi allenate notate i momenti in cui fate una pausa o sgranocchiate qualcosa: cosa vi ha spinto a mangiare in quel momento? Dopo quanto tempo sentite un beneficio? Che effetto vi fanno alimenti diversi?

Scoprirete cose molto interessanti e importanti sulle vostre abitudini e necessità come atleti!

Un caffè a Crea…

Testo scritto insieme a Sergio Pistillo, Luca Curreli e con la redazione di Silva Borrelli.

Le avventure talvolta nascono da idee buttate lì, così, per caso.

Capita che uno dica “Andiamo a prendere un caffè” e, come se non ci fossero posti più vicini, ridendo e scherzando si fa il nome dell’Abazia di Crea.

Ci sono 70 km da qui a Crea, ma se di tre amici alcuni hanno bisogno di fare un po’ di km per allenarsi e altri hanno voglia di viaggiare in notturna, il gruppo è presto fatto.

Ci siamo io, Luca Curelli e Sergio Pistillo. Cartina alla mano, segniamo alcune tappe fondamentali: la Gran Madre di Dio, la Basilica di Superga, la Basilica di Vezzolano e, per finire, Crea.

Decidiamo di partire la sera di sabato 2 dicembre.

Il mio sabato inizia con 20 km di corsa sul soffice tappeto di neve caduta nella notte. Insieme a Giulio Salmè percorriamo il lungo fiume di corso Casale/ corso Moncalieri e saliamo fino al Monte dei Cappuccini; è metà mattina ma la città sembra essere ancora assopita. Inizialmente corriamo sfruttando i solchi lasciati dalle gomme di qualche auto, poi abbandoniamo la strada. Lungo il sentiero, i miei passi affondano nel bianco producendo un fruscio croccante e regolare; mi abbandono alla perfezione del candore che mi circonda e procedo senza disturbare la quiete con parole o pensieri.

Questa sensazione di pace assoluta mi carica di energia e mi sento assolutamente pronto ad affrontare il percorso che ho deciso con i miei amici, che per me servirà come allenamento in vista dalla Corsa della Bora che correrò il 6 gennaio.

A pranzo un piatto di Hem Pasta, poi il lavoro continua e finalmente alle 22,00 si parte.

Parto di corsa dal Barindo, il locale è pieno, tutti si appassionano a questo matto in partenza per una notte di corsa, con alcuni clienti avevo già parlato di questa mia passione per la corsa su lunghe distanze, ma vedermi partire è diverso, corso Re Umberto è deserto, io corro raggiungo piazza San Carlo con le luci della sera, in Piazza Vittorio recupero Sergio di lì partiamo per raggiungere Luca al ponte Sassi.

Riunito il trio partiamo alla volta di Superga ma, quando arriviamo nei pressi di De Gustibus, ci guardiamo complici e decidiamo di fermarci e salutare Marco Mintrone che ci accoglie con calore e con una tazza di ottima cioccolata fondente, che ci allieterà nella notte.

Dopo i primi km in piano lungo il fiume iniziamo a salire verso Superga. I sentieri sono ancora pieni di neve, il che forse ci rallenta un po’ ma allo stesso tempo tiene accesa la magia del luogo.

La Luna brilla piena nel cielo sgombro e limpido, rifrangendo la luce sul bianco che ricopre ogni cosa, illuminando la nostra strada come se fossimo alle prime luci dell’alba e non in piena notte.

Non solo magia: sotto il peso della neve alcuni alberi sono caduti e bloccano il sentiero costringendoci ad aprire nuove vie per raggiungere la cima della collina.

Raggiunta la Basilica di Superga, ci prendiamo qualche minuto per rifocillarci e osservare la città. Io, che a parte la pasta non ho mangiato altro, ne approfitto per gustare, e dividere con i miei compagni, qualche cubetto del buonissimo cioccolato di Odilla.

Ripartiamo ma, prima di affrontare il prossimo tratto, decidiamo di salutare gli amici dell’osteria Bel Doit, storica Osteria d’Italia, Aurelio ci accoglie con un ottimo caffè, un selfie e si riparte.

Grazie alla combinazione neve/luna piena i sentieri nei boschi non sono oscuri e sinistri tuttavia, così lontani dalla città, sono totalmente calati nel silenzio. La nostra corsa procede verso Sciolze ma, neanche arrivati a metà della distanza, ci accorgiamo di aver sbagliato strada. Nulla di grave, ritornando sui nostri passi recuperiamo il percorso giusto, quello che non sappiamo è che quella sarà la prima di molte ‘deviazioni involontarie’ che caratterizzeranno la nostra corsa.

Il freddo è secco e pungente, io indosso la maglia a maniche lunghe Dorando che tiene benissimo la temperatura e mi protegge alla perfezione. Altro problema è la neve che si infila nelle scarpe bagnando le calze. Per risolvere questo problema adottiamo un metodo un po’ più… creativo: infilare i piedi in sacchetti di plastica. È buffo ma funziona, garantito!

Sono circa le tre e mezza del mattino quando, oltrepassato Sciolze, raggiungiamo un altro caro amico, Matteo Rossotto, ‘Rossotto figlio’ direbbero da queste parti, dell’azienda vitivinicola Rossotto che da quattro generazioni (a partire dal 1923) produce i vini tipici delle Colline Torinesi: Freisa di Chieri, Bonarda, Malvasia e Barbera, più due tipologie di vini aggiunte negli ultimi anni, Albugnano DOC (Nebbiolo) e Sauvignon. Matteo ci offre una tisana calda al mirtillo di Claudia Carità e, istinto del vignaiolo, alla fine ci offre anche un calice di La Marchesina (bollicina di Freisa) da una bottiglia tenuta in fresco nella neve. La voglia di sciabolarla è fortissima, i miei amici e il nostro ospite mi assecondano, sciabolo la bottiglia e brindiamo così ai nostri primi 30 km della notte.

La corsa continua, passiamo per dei bellissimi paesini, perdiamo un po’ di tempo per esplorarli, poi si riprende e di nuovo sbagliamo strada tra i sentieri.

È l’alba quando raggiungiamo Cocconato.

Qui uno dei momenti più divertenti della corsetta, mentre sto per cadere Sergio mi sporge la mano, il mi ritrovo a cadere a rallentatore su una lastra di ghiaccio sospeso giusto il tempo di realizzare che non dovevo farmi male, il risultato: a terra tutti e due. Una striscia di luce rossa traccia il confine tra il cielo e la terra, lingue appena accennate di nebbia si insinuano tra le colline più in basso. Il sole si alza svelto mentre noi continuiamo lungo la strada scendendo lungo i campi parzialmente coperti di neve.

Un caffè, una cioccolata calda e via. Il tratto di pianura che segue è più basso e quindi più caldo, la neve si è sciolta lasciando il terreno morbido e fangoso. Ad un certo punto ci fermiamo e ci rendiamo conto di quanto sia effettivamente fangoso: le scarpe sembrano avere una doppia suola, ci siamo sporcati i pantaloni e persino le giacche. Ci facciamo una risata e proseguiamo, siamo quasi arrivati.

Appena risaliamo sulle colline ritroviamo la neve, bella soffice, che copre l’ultima porzione di strada.

Prima di raggiungere Crea, traguardo finale di questo percorso, ci fermiamo al Castello di Ponzano Monferrato (o Tenuta la Tenaglia?) dove Simona Cavallero ci attende con del te caldo servito sul parapetto in pietra che si affaccia sulle meravigliose colline di questo territorio.

Infine, con circa 15km in più dovuti alle varie deviazioni non volute, raggiungiamo Crea dove prendiamo insieme quel caffè che ci siamo promessi sul ponte Sassi, 86km e 11 ore prima.

VADEMECUM DEL RUNNER GREEN

Come sapete, e approfitto per fare un ringraziamento speciale a Roberto Cavallo di www.cooperica.it, ho partecipato alle ultime tre edizioni della Keep Clean And Run (Pulisci e Corri nella versione italiana), un’eco-maratona di oltre 400 km finalizzata alla sensibilizzazione e alla mobilitazione contro il fenomeno dell’abbandono dei rifiuti in natura (noto come littering).

La mia passione naturalistica mi porta a selezionare le corse a cui partecipo tra quelle che abbiano una particolare attenzione all’ambiente, non a caso parteciperò alla Corsa della Bora che non è un semplice evento sportivo ma una vera e propria “Ecofesta” riconosciuta dalla Direzione Centrale Ambiente ed Energia della Regione Friuli Venezia Giulia.

WWF, enviromental partner della Corsa della Bora, sarà garante della sostenibilità ambientale dell’evento.

Ogni partecipante dovrà essere consapevole dell’importanza paesaggistica e naturalistica dei luoghi percorsi e Il primo passo in questa direzione è il “vademecum del runner green” stilato da WWF che affianca il regolamento della Corsa della Bora, come l’obbligo di portare con sé la propria eco-tazza, per azzerare il consumo di plastica ai ristori.

Di seguito il vademecum che, ovviamente, sottoscrivo con entusiasmo e vi invito a farlo diventare una vostra buona pratica quando partecipate a una corsa. Per tutte le info vi rimando a questo link

A presto…

IL VADEMECUM DEL RUNNER GREEN

Prima della Manifestazione…

1.Opta per l’iscrizione online per ridurre il consumo di carta;

2.Scegli di allenarti vicino a casa o al luogo di lavoro, altrimenti usa bici, mezzi pubblici o condividi un passaggio;

3.Usa sempre borracce riutilizzabili invece di bottigliette usa e getta;

4.Alimenta i tuoi dispositivi elettronici con batterie ricaricabili;

5.Compra bevande energetiche in polvere, escludendo le bottiglie monodose.

6.Informati sui luoghi che percorrerai. Programma il tuo viaggio in modo da avere il tempo per qualche acquisto di prodotti a km zero.

Il giorno della Manifestazione…

1.Raggiungici con i mezzi pubblici o condividendo il viaggio in auto;

2.Mantieniti sul tracciato della gara, evitando scorciatoie o uscite fuori percorso che potrebbero danneggiare la vegetazione e disturbare la fauna circostanti;

3.Apprezza il paesaggio e la biodiversità presente lungo il percorso.

4.Riduci  la  quantità  di  rifiuti  e  gettali  esclusivamente  nelle  aree  designate.  Sentiti  libero  di  segnalare comportamenti poco rispettosi dell’ambiente.

Dopo la Manifestazione…

1.L’acqua è la nostra risorsa più preziosa: opta per la doccia anziché per il bagno;

2.Dona le tue scarpe da corsa e i tuoi vestiti usati: associazioni locali e piattaforme online saranno felici di dare loro una seconda vita;

3.Fai una donazione alla nostra associazione per supportare le nostre attività;

4.Passa parola raccontando ai i tuoi amici di questi piccoli accorgimenti per un futuro migliore.

HemPasta, ecco perché è sempre con me…

Lorenzo Bossina del Pastificio Reale e HemPasta, ci racconta la sue ‘omegatelle’, una pasta pensata per contenere un profilo ben equilibrato di Omega3 e Omega6, gli acidi grassi essenziali al benessere del nostro organismo, nonchè una proporzione ottimale dei macronutrienti.Oltre all’eccezionale profilo nutrizionale, le Omegatelle, come tutti i prodotti del Pastificio Reale, hanno la preziosa caratteristica di saziare senza appesantire con il fastidioso senso di gonfiore provocato da farine eccessivamente raffinate.

Il racconto del TOR

L’attesa è ordinaria. Aspettare il propio turno in coda non è esattamente quello che ci si immagina come preludio a qualcosa di incredibile.

 

Non è la prima volta che partecipo ad una gara di questa lunghezza, ma questa lentezza mi fa sempre un certo effetto. Intorno a me il chiacchiericcio animato dei volontari che spuntano i nostri nomi per consegnarci pettorine e indicarci come e dove depositare i nostri effetti, si unisce alla voce eccheggiante dell’altoparlante che ripete avvisi e indicazioni di tanto in tanto. La macchina dei volontari è imponente e l’organizzazione precisa e zelante. Tutte queste persone, e molte altre ancora, saranno accanto a noi nei prossimi giorni.

Alla partenza trovo tanti amici, ma mi soffermo a parlare con emozione con Roberto Cavallo e Roberto Menicucci. Quanti km ho fatto a fianco di Roberto Cavallo,con la Keep Clean and Run, lui ancora una volta è alla partenza con un messaggio chiaro forte quello della lotta contro l’abbandono dei rifiuti, insieme correranno il TOR con questo messaggio, Roberto si è inventato l’ennesimo progetto concreto di riduzione dei rifiuti, ai ristori troveremo i cestini per fare la raccolta differenziata e molto altro piccoli gesti rivoluzionari, con lui ci sarà Roberto Menicucci mio allenatore la persona che da un anno mi segue mi consiglia, una persona speciale Roberto ama lo sport non il gesto agonistico ma lo sport come stile di vita, prima di lui non avevo mai voluto che qualcuno mi allenasse ma lui è diverso, questo anno con lui è stato fantastico. Mi sono allenato, conosco il percorso e le modalità della gara, so cosa mi aspetta e allo stesso tempo non posso ancora saperlo, quando si parte per un viaggio non si ha mai idea di cosa ci aspetti, ad ogni partenza l’emozione aumenta, e qui siamo alla partenza del TOR un nome che evoca in qualunque trailer paura emozione e fa tremare le gambe solo a sentirlo pronunciare. Alla partenza c’è Salvatore, lui è venuto a prendermi in hotel lui mi ha accompagnato nel piazzale della partenza, lui mi ha detto che ci sarà nelle basi vita a farmi assistenza, percepisco nei suoi occhi una passione per questa gara che ha appena conosciuto ma che già l’ha stregato, sento che nei prossimi mesi lui sarà un compagno di strada un amico con cui condividerò nuove sfide, è una persona speciale ed è qui alla partenza.

 

È il 9 settembre, sono a Courmayeur e sto definitivamente per partire per il mio accesso all’ottavo Tor des Geants®. Gli amici e conoscenti che parteciperanno mi salutano con un cenno della mano fermi ad altri tavoli, ricambio i saluti, scambio qualche parola, mi concentro sulla mia borsa gialla quando arriva il mio turno, e sottopongo la mia attrezzatura ai controlli. Le regole più importanti del Tor sono relative alla sicurezza, perchè questa non è una puerile prova di coraggio: si può portare a termine solo con disciplina e determinazione.

 

Ne avrò bisogno presto. Per ora, tuttavia, ho la sensazione che tutta la popolazione di un paesone si sia riunita al check-in di un’aereoporto, in una frizzante e operosa aria di festa.

 

La stessa atmosfera si respira il giorno dopo, con le centinaia di partecipanti accalcati su viale Monte Bianco: abbiamo depositato le sacche gialle, sono stati ricontrollati tutti i nostri dispositivi GPS e ora, con 20’ di ritardo dovuti proprio al polungarsi dei controlli, siamo pronti a partire.

 

Sono le 10,20 ed è decisamente domenica. A dirlo è l’aria fresca pulita dalla pioggia del giorno prima, la folla festante, il sole splendente e ancora tiepido del mattino, il tutto accompagnato dal suono dei campanacci agitati da fieri valdostani in costume tradizionale.

 

Al “via!” iniziamo a muoverci, un po’ a rilento in realtà, alcuni accennano dei passi di corsa poi rallentano e camminano, non potremo correre davvero ancora per un pò di minuti e quel “via!” non ha proprio acceso la gara, ma ha appena trasformato 867 sconosciuti provenienti da 67 Paesi diversi in un gruppo di compagni di gara.

 

Man mano che i primi prendono velocità, il gruppo si diluisce un po’ e, poco prima di oltrepassare il confine cittadino di Courmayeur, inizio a correre sul serio.

 

Sono carico di energia e finalmente sento pienamente la concretezza del percorso appena iniziato: salgo deciso verso la cima del Col d’Arp, scollino e mi concedo di correre velocissimo attraverso gli ampi pascoli che scendono verso La Thuile. 20 km spensierati in piacevole compagnia di Katia Figini, il sole e le chiacchiere ci accompagnano il tempo vola. Da qui in poi so che dovrò impostare il passo giusto e non cedere a facili entusiasmi: questa prova si porta a casa con la testa prima ancora che con le gambe.

 

Soddisfatto dalla prima giornata, chiudo i primi 50 km raggiungendo alle 20,30 la ‘base vita’ di Valgrisenche. Le basi vita sono punti in cui si concentra l’assistenza per noi corridori: volontari, certo, ma anche medici e massaggiatori pronti a prendersi cura di chi ne ha bisogno. Sono i punti in cui possiamo trovare le borse gialle con gli effetti consegnati in fase di preparazione: cibo, ricambi e altro che non è necessario durante la corsa ma di cui, ad un certo punto, avremo bisogno. È l’organizzazione a farsi carico del trasporto di tutte le borse gialle da una base vita all’altra; infatti, per garantire uguaglianza dal punto di vista sportivo, il regolamento prevede che amici, parenti o allenatori personali, non possano assistere in nessun modo i partecipanti. Tutto quel che ci può servire può esserci consegnato esclusivamente da un assistente dotato di pass con numero corrispondente all’atleta e solo nelle basi vita e nelle aree rifornimento dei rifugi.

 

Di tutto ciò apprezzo lo sforzo e lo zelo, ma sono passate appena 10 ore dalla partenza e mi sento in forma, perciò in questa prima base non avrò bisogno di assistenza: ho più voglia di continuare che di fermarmi. Ritiro comunque la mia borsa gialla, cercando in fretta le cose che mi servono per rinfoccillarmi e preparami per la prima notte, che sarà fredda o forse gelida supereremo i 3000 metri nella notte, quindi indosso la maglia più calda che ho e mi preparo per la prima cena. Tra i concorrenti arrivati alla base riconosco degli amici e mi siedo con loro per mangiare un po’ del mio riso e un brodo caldo. Dopo 40’ tra cibo grandi bevute di acqua latte di riso e the caldo, saluto gli altri e riparto con Francesco Saviozzi, pronti ad affrontare insieme la prima notte. Conosco il percorso: il tratto tra Valgrisenche e Cogne è quello su cui mi sono allenato con Giorgio Macchiavello anche se lui, purtroppo, al momento della nostra partenza non ha ancora raggiunto la base vita.

 

Procedo con Francesco sul sentiero illuminato dal potente fascio di luce delle lampade frontali. Il buio ci avvolge, trovo simpatico osservare come si muovono le nostre stesse lampade sulla testa di qualche altro compagno di gara che ci precede di qualche centinaio di metri.

 

I colli tra la Valgresenche e Cogne (il Fenetre, L’entrlor e il Loson) toccano tra i 2850 e i 3300 metri di altitudine e sono considerati i più impegnativi di tutto il circuito del Tor. Per questo motivo tre settimane prima ho deciso di allenarmi proprio su questi sentieri che già conoscevo e di cui mi piace moltissimo ripercorrere gli ampi avvallamenti tra le rocce.

 

Di notte il silenzio, che in questi ambienti è la norma, sembra ancora più profondo. Non vedo nulla oltre l’area illuminata dalla mia lampada; procedo attento e spedito, un po’ chiacchierando con Francesco, un po’ in silenzio, ascoltando lo scalpiccio dei nostri passi, in ogni caso determinato ad oltrepassare i tre picchi durante la notte.

 

Superiamo insieme il Fenetre e scolliniamo oltre l’Entrelor, poi Francesco rallenta lungo la discesa ed io, riparto da solo, il Tor è anche solitudine, nella notte sei tu il cielo stellato la tua frontale i pensieri e la notte, una magia unica, poesia pura.

 

La luce del crepuscolo si allarga lentamente nel cielo mentre da Eaux Rousses inizio a salire verso la vetta del terzo colle.

 

Sono le 5,15 del mattino, l’aria è fredda. Con la mente libera beneficio del meraviglioso silenzio che avvolge i primi accenni del giorno. Sgranocchio qualche albicocca secca e continuo la salita. Bevo ogni 20’ e mangio qualcosa ogni 50’ circa: sin dalla partenza seguo questa piccola routine per mantenere costanti energia e idratazione.

 

L’incantevole alba sul Loison è il mio premio per le prime 20 ore di marcia. Scendo verso il rifugio Sella e, alla fine della mattinata, arrivo alla base vita di Cogne.

 

Senza fatica passo il colle, penso a quando poche settimane prima con Giorgio Macchiavello avevo solcato quei sentieri per allenarmi, per la prima volta nella mia vita avevo sentito l’altitudine, probabilmente per la scelta di salire sui monti immediatamente dopo il mare, ogni passo allora mi pareva un incubo, adesso invece vado tranquillo verso la salita senza fatica anzi, l’unica preoccupazione è quella di non andare troppo veloce in modo da mantenere le forze.

 

Salvatore mi aspetta con la mia borsa gialla e con una graditissima porzione di riso venere appena fatto, condito con dell’ottimo olio extravergine d’oliva; dopo 24 ore passate ad alternare albicocche, datteri e barrette ai cereali, un piatto caldo dal sapore diverso è davvero un sollievo.

 

Non sento il bisogno di dormire, perciò faccio una doccia veloce e, dopo una mezz’ora abbondante sono di nuovo sul sentiero. Sono di nuovo in compagnia: Marina Plavan e Scilla Tonetti ripartono con me verso il rifugio Sogno di Berdzè. La salita è molto più dolce rispetto a quelle affrontate prima di raggiungere Cogne e la compagnia delle ragazze stempera quella sensazione di monotonia che, per quanto adori il paesaggio, inizia ad insinuarsi.

 

Arrivati al rifugio ritroviamo molti compagni di avventura. Come me hanno deciso di superare i tre colli durante la notte, infatti alcuni si sono fermati qualche minuto per dormire. Anche io avevo programmato riposarmi qui ma non ne sento il bisogno perciò mi fermo per mangiare qualcosa in compagnia e chiacchierare con gli altri avventori. È tutto perfetto: il tempo è sereno e stabile, sono in compagnia e sono in linea con i tempi che ho programmato. Continuiamo la salita e, arrivati in cima al Fenetre de Champorcher, possiamo ossevare il meraviglioso paesaggio delle pendenze che dolcemente scendono intorno alla cima. Cerco il telefono nello zaino per scattare qualche foto ma non lo trovo. Nel momento in cui realizzo di non averlo con me, ricordo improvvisamente di averlo lasciato sul tavolo al rifugio. Corro nuovamente verso il rifugio Sogno dispiaciuto più per aver perso la compagnia che per il tempo che dovrò recuperare: il tratto di discesa che seguirà il Fenetre de Champorcher è lungo e monotono, percorrerlo da solo non sarà affatto facile quanto mi aspettavo. Sembra strano, ma correre veloce fare 300 metri di dislivello in discesa e altrettanti in salita mi fa sentire vive le gambe senza zaino corro veloce.

 

Per chi, come me, non ambisce alle prime posizioni, la classifica non è importante ma conosco le mie possibilità e voglio comunque raggiungere il mio obiettivo, perciò accelero il passo e cerco di recuperare il tempo perduto. Nel frattempo è calata la sera, ho recuperato la vetta proprio al tramonto. Le ultime luci scompaiono alle mie spalle e di nuovo il buio copre ogni cosa. Ancora pochi chilometri e arriverò alla base di Donnaz, la parte forse più noiosa del TOR mi aspetta. Corro, poi cammino, incontro nuovi amici, chiacchiero e penso che voglio solo arrivare in fretta a Donnas per poter affrontare la tappa successiva e puntare a Gressoney.

 

Osservando la notte succedersi al giorno per la seconda volta ho la sensazione di attraversare il tempo, mi astraggo, non lo vivo passivamente seguendo il ritmo del giorno e della notte ma sono spettatore del suo alternarsi. Mi concentro sulla respirazione, presto attenzione ai miei passi, percepisco lo spazio intorno a me. Non ci sono rumori eccetto il rumore dei passi. Non ci sono rumori perchè nulla si muove. L’immobilità di fronte all’inevitabile scorrere del tempo suggerisce che la montagna stessa sia la vera spettatrice del tempo. È sempre stata lì, da prima che iniziassimo l’affannosa rincorsa delle nostre vite e sarà ancora lì quando l’ultimo di noi umani perderà la sua corsa contro il tempo. Il telefono vibra nella tasca. Lavoro? Amici? Casa? Decido di non guardare ancora per un po’. Continuo a correre seguendo il fluire del tempo e l’andamento del suolo. Corro con la Terra, non contro di essa.

 

È quasi mezzanotte quando raggiungo la base vita a Donnas. Ritrovo Marina e Scilla che sono arrivate già da un’ora e si sono fermate per riposarsi un po’. Oltre a loro ci sono una trentina di persone. Il chiacchiericcio è sommesso, si iniziano a vedere volti un po’ tesi per il sonno, alcuni hanno scelto di dormire qualche ora. Personalmente non sento ancora il bisogno di dormire, ma decido ugualmente di corcarmi una ventina di minuti per riposare le gambe. Faccio una doccia veloce e poi riparto insieme a Marina e ad un altro amico, Andrea Rossi. Insieme a noi lascia il rifugio anche un signore danese, da solo. Donnas è deserta all’una di notte, in silenzio usciamo dal paese per affrontare il piccolo scollinamento prima della scalata verso il rifugio Coda.

 

Percorriamo i primi 14km. Insieme affrontare la fatica è meno difficile, ci teniamo svegli, ci raccontiamo di come sia andato il percorso fino a quel momento. Passiamo La Sassa e continuiamo a salire. Solo 4km ci separano dal rifugio Coda, il traguardo che segna la prima metà del percorso. Sono solo 4km ma sono il primo vero ostacolo. Inizia a soffiare il vento, nonostante sia prima mattina e il cielo sia meravigliosamente terso, la temperatura si abbassa drasticamente e, per quanto ci copriamo con i capi pesanti che abbiamo negli zaini, il freddo non molla. A testa china continuiamo la salita e acceleriamo il passo per raggiungere il rifugio al più presto e sfuggire così al vento gelido. Arrivo al Coda tutto tremante, non esattamente l’ingresso trionfale che speravo per celebrare la prima metà del percorso, ma sento odor di cibo caldo e subito mi sento felice. Al rifugio minestra, minestrone e caffè vengono preparati a rotazione in modo da essere sempre pronti per i concorrenti che arrivano; ne consegue che il tipico pasto da rifugio del Tor è una sequenza incoerente di piatti vari in cui può capitare che il caffè arrivi tra due scodelle di minestrone. Ad ogni modo nessuno di noi ci bada più di tanto: il cibo aiuta a combattere il freddo e, in questo momento, è la cosa più importante.

 

Questa piccola pausa ci è molto utile, sto di nuovo bene e sono pronto a riprendere la corsa. Riparto insieme a Marina e Andrea ma, dopo aver superato il rifugio Barma, ci separiamo perchè scelgo di rallentare il passo: il percorso che porta a Niel è più tecnico, per me, percorrerlo velocemente significherebbe rischiare piuttosto che guadagnare tempo.

Lungo la discesa dal Col della Vecchia verso Niel non incrocio quasi nessuno, perciò chiamo casa. Telefonare, sentire la mia famiglia e poter parlare d’altro fa davvero la differenza dopo due giorni di marcia. I km volano e tengo a bada la stanchezza che inizia a farsi sentire.

A Niel ritrovo un po’ di amici e incontro Renato Joriz, amico e assistente per il Tor, che mi accoglie con un caloroso saluto e mi racconta cosa mi aspetta dal resto del percorso.

“D’ora in poi non perdere più tempo ai ristori, usa le pause per dormire” mi raccomanda. Intorno a noi vedo i visi stravolti di alcuni compagni di gara. Mi chiedo se anche io abbia la stessa espressione agli occhi degli altri. Faccio tesoro del consiglio e proseguo.

 

Sono le 20,16 di martedì 12 settembre quando raggiungo Gressoney Saint-Jean; ho percorso 206km in 58 ore e ancora non ho dormito.

La base vita è stata allestita all’interno della Sport Haus, mi ricorda molto il giorno della partenza perchè anche qui è pieno di tavoli predisposti per l’accolglienza dei trailer che correranno il Totdret® tra meno di 24 ore. Per ora non c’è ancora gran fermento, i volontari sono perlopiù concentrati su di noi. Una sorpresa, ad accogliermi c’è Patrick un amico che corre, appassionato di montagna è venuto a salutarmi. Mi assiste, lui ha già fatto il TOR per lui aiutare e fare assistenza è cosa naturale, in pochi secondi riesce a rimettermi in sesto.

Ritrovo Marina e Andrea che stanno per ripartire e, gradita sorpresa, trovo Patrick, amico e allenatore, venuto per prestarmi assistenza.

Accetto di dedicare del tempo ad un massaggio, parte di me morde il freno ma ascoltare il mio corpo è essenziale e, in questo momento, il mio corpo ha bisogno di riprendersi. Dopo il massaggio mangio e mi concedo di dormire per 20’.

Riprendo la gara dopo più di 2 ore, correndo sul rettilineo che porta fuori dal Comune, realizzo quanto mi sia stato utile questa pausa: le gambe sono di nuovo forti e reattive. Chiamo Sabrina, a casa, bello sentire la voce amica chiacchierare di altro, lei da lontano segue ogni passaggio, conosce il percorso il dislivello, notte e giorno guarda il computer il sito e mi racconta cosa mi aspetta chi c’è dietro chi davanti, calcoliamo i tempi insieme di quanto ci posso mettere considerando le tappe prima e le tappe dopo, quanto tempo hanno impiegato gli altri concorrenti che sono davanti. Sabrina è una presenza costante lontana ma presente, conosce la gara come se l’avesse corsa lei stessa più volte, sa fare assistenza e l’assistenza in questa gara conta e molto.

Con questa rinnovata energia inizio la salita verso il Col Pinter, che raggiungo senza pause. In un certo senso la salita è riposante perchè l’impegno necessario distrae dal sonno che ora inizia a farsi sentire, soprattutto nei tratti che percorro da solo. Scollino e scendo fino a Campoluc, seguo il consiglio di Renato: non mi fermo e continuo risalendo fino al rifugio Grand Tourmalin, che raggiungo mentre la notte lascia il passo alle prime luci, dormo per 10’ poi continuo la salita per il Col di Nana con l’alba che sale alle mie spalle e, giunto in cima, osservo il giorno farsi largo tra le rocce.

 

La discesa a valle è impervia, il dislivello è di 230m, 9km circa, impiego 4 ore. Sono in compagnia di Raffaella Miravalle, che ha lasciato l’ultimo rifugio insieme a me. Sento i miei movimenti farsi un po’ pesanti, bevo un po’ d’acqua, mi distraggo chiacchierando. Verso metà strada ci raggiunge Marina e insieme arriviamo a Valtournenche.

Non ho ricordi di questa base vita. Sono stato lì 40 minuti ed è come se non fosse mai accaduto.

Al contrario, ricordo molto bene il tratto successivo.

Se normalmente le salite mi piacciono, quella per arrivare al rifugio Bermasse è stata invece molto dura. Da lì il dislivello per raggiungere il Fenetre di Tsan è relativamente dolce. Procedo con passo pesante, cerco di distrarmi pensando a qualcosa ma i ragionamenti si spengono sul nascere. Concentrarmi è estremamente faticoso.

Arrivo al rifugio Cunéy, sono quasi le 19, il sole è basso e lancia ombre nette sul terreno. Il contrasto rende tutto surreale e io mi costringo a proseguire verso quella che sarà l’ultima notte. Fino a Col Vessonaz riesco a gestire la stanchezza, mi fermo solo al bivacco Clermont.

Cammino, qualcuno mi sorpassa guardando dritto davanti a sè. Mi volto per vedere se ci sono altri e quando riprendo il passo, davanti a me non c’è più nessuno. Apro una barretta ma non la finisco e la rimetto a posto nello zaino, bevo qualche sorso e di nuovo il mio corpo mi chiede di smettere di bere. Non gli importa del cibo nè dell’acqua. Vedo una panchina. È verde come quelle che ci sono a Torino. È piazzata proprio lì in mezzo al sentiero e, soprattutto, non è reale. Riesco a pensare solo a dormire, mentre cammino, la gara si sposta dentro di me. Voglio dormire e voglio continuare la marcia, il braccio di ferro tra due impulsi si accende nella mia testa, devo mantenere il controllo, continuare è possibile se decido di farlo. Ho deciso di portare a termine la gara. Appoggio un piede e decido di muovere il passo successivo. Otto ore di decisioni. 21km di passi conquistati uno alla volta.

Una volontaria mi sorride e mi porge una tazza di brodo caldo. Ricambio il sorriso. Ripenso alle persone stanche che ho visto lungo il cammino. Adesso anche io sono come loro. Il brodo mi scalda. Riparto.

Termino la discesa verso Oyace un’ora prima di mezzanotte, affronto il Col Brison nell’oscurità totale. Vedere la luce delle lampade che si muovono sulla testa di altri compagni di gara mi rincuora, se non altro per il fatto di non essere solo. Buio, silenzio, passi. A volte vedo degli oggetti, immagino di parlare con qualcuno; onestamente fatico a distinguere cosa sia reale. Questa condizione ovviamente mi costringe a rallentare e impiego due ore in più rispetto a quel che avevo previsto.

Sul finire della notte raggiungo l’ultima base vita. Ricevo la mia borsa gialla. Salvatore è ancora qui, ancora una certezza. Mangio qualcosa. Mi riposo 20 minuti. Un ultimo caffè in compagnia di Salvatore e si riparte. I volontari sorridono, ci chiedono se abbiamo bisogno. Sanno che abbiamo sonno, alcuni di noi hanno persino uno sguardo un po’ inquietante a causa della mancanza di riposo, ma i volontari non danno a vedere che ci vedono stanchi, semplicemente ci aiutano. Il loro apporto alla nostra impresa è impagabile.

Lascio Ollomont all’alba, supero Col Champillon, il sonno è tornato a tormentarmi: superata la china del monte inizia la lunga pianura verso Saint-Rhémy en-Bosses, corro e dormo insieme, a tratti mi rendo conto di aver percorso della strada senza esserne veramente cosciente. Alle 10 inizia a piovere e continua per le tre ore che impiego per raggiungere Saint-Rhémy en-Bosse che non è una base vita, ma è un traguardo incoraggiante perchè da qui mancano solo 30 km al traguardo. Ancora una telefonata, chiamo la mamma, i miei genitori saranno all’arrivo, sono felice, entusiasta. Saranno li ad aspettarmi, mia mamma quest’anno ha saputo non farmi mai pensare che fosse in ansia per me, forse lo era, nelle ore di cammino spesso penso a quanto sia impossibile raccontare a chi sta a casa che il TOR è un esperienza meravigliosa, non è paura spavento o stanchezza, ma è emozioni meravigliose albe e tramonti vissuti da soli ore di cammino e paesaggi magnifici, mia mamma l’ha capito e anche se con la tensione che ha chi resta a casa mi ha accompagnato nel viaggio.

Mangio un po’ di pasta in bianco, dato che sono fradici, mi cambio tutti i vestiti. Riparto, ho ancora la sensazione di non essere del tutto presente lungo l’ultimo tratto in piano, mi sveglio completamente quando inizia la salita per Col Malatra. Il cielo è coperto, in alcuni punti le nuvole toccano la roccia rendendo impossibile vedere dove si sta andando. Mi affido alle bandierine piazzate lungo il sentiero ma sbaglio strada. Taglio di corsa attraverso un prato e torino sul sentiero giusto senza aver perso troppo tempo. Fa molto freddo, vorrei concedermi 8-10 minuti di sonno ma la temperatura non lo consente. Inizia a cadere un po’ di nevischio, il gelo è soporifero e contemporanemente mi impedisce di riposarmi. Per circa mezz’ora il sonno mi tormenta più del freddo, poi ricomincia la salita e, come al solito, mi aiuta ad allontanare la stanchezza. La neve continua a scendere, a terra è tutto coperto, le rocce sembrano piccoli confetti bianchi. Raggiungo il rifugio Frassati dove sono altri concorrenti si sono rintanati per sfuggire alla tempesta. Parlo con i giudici di gara e, quando mi confermano la possibilità di proseguire la prova, infilo i ramponcini e conquisto l’ultima cima.

È metà pomeriggio. Da qui si vedrebbe il monte bianco e tutta la catena di monti che ho attraversato in questi giorni. Purtroppo è coperto, in compenso c’è la neve, mollemente adagiata sul terreno ad abborbidire ogni asperità, candore che si aggiunge alla maestosità della montagna un’aura di sacralità che mi stringe il cuore. Uno scenario che non avrei potuto vedere se non avessi accumulato quelle due ore di ritardo sul Col Brison.

Il percorso a scendere non è pericoloso, basta prestare molta attenzione e non dimenticare mai che si è in montagna.

Eccomi agli ultimi 15 km, percorso facile facile di discesa e pianura. Lo affronto con calma, tempi e posizione in classifica ormai sono definiti. Mentre procedo mi sento felice. Ho portato a termine la prova, ho vissuto questa bellissima esperienza e sono fiero di quel che ho fatto. Lungo la pianura corro veloce, le gambe rispondono bene. Supero il rifugio Bertone poco dopo il tramonto, proseguo la discesa lunga e piuttosto noiosa. Resisto perchè sarà anche noiosa, ma è comunque la strada che porta al traguardo.

Telefono a casa per dire che ci sono quasi. Voglio assolutamente condividere questo momento.

Ultimi km sull’asfalto, davanti a me un gruppetto di tre compagni di gara. Case e persone, si torna alla civiltà.

20,40, Courmayeur. La gente festante ci accoglie ai lati della strada. Attraversiamo la piazza da dove siamo partiti, poi il centro storico, tutto di corsa, riesco a correre sono felice sto arrivando infine, dopo 339km e 106 ore: il traguardo.