Marathon Des Sable, ultime settimane prima della partenza…

La distanza che separa una persona dal terminare una maratona, non si misura tanto in km, quanto in determinazione e allenamento.

A Salvatore certo non manca la determinazione, perciò ha iniziato ad allenarsi con l’obbiettivo di portare a termine i 250 km, per vivere questa avventura un passo dopo l’altro attraverso il deserto.

In parte, ne sono certo, ha pensato che fosse una follia, ma dentro di sé sapeva benissimo che con la giusta preparazione avrebbe potuto farcela.

Ha deciso di allenarsi, voleva fare movimento e tanto, ma a modo suo. Non gli interessava seguire una tabella di allenamento o una dieta, voleva riuscire a fare tutto quello che fa star bene.

Si lascia scivolare in un vortice di salutismo: piscina, palestra, camminate, pedalate in bici, aperto ad ogni proposta e occasione che arriva. Il suo obbiettivo principale è muoversi.

Muoversi è presto diventato un bisogno, qualcosa dentro di lui era scattato. Ogni giorno gli chiedevo come si stesse allenando e nelle sue risposte ho visto la molla che ormai lo aveva lanciato verso un nuovo modo di percepire il proprio corpo.

L’idillio col movimento deve però confrontarsi con la quotidianità.

Salvatore, infatti, vive nel suo tempio, la gastronomia, circondato da cibi meravigliosi: vaschette di melanzane alla parmigiana gli passano sotto gli occhi tutto il giorno, il banco dei salumi e dei formaggi è come la voce seducente di una sirena; un’assaggino che male può fare? All’Angolo dei Sapori non c’è nulla che non sia eccellente.

Eppure il mio degno compagno d’avventura non si lascia distrarre. Inizia anche a fare un po’ di dieta, chiedendo consigli a tutti e iniziando a parlare di carboidrati e proteine; spesso mi guarda, rimane in silenzio per un istante, e poi mi dice:

“Tu dimmi cosa fai, io poi, forse, ne prendo il 10%”.

Mi prende in giro per come mangio, sopratutto per quello che non mangio, io rido, sto al gioco, e ogni giorno ci contaminiamo a vicenda.

Superata la fase iniziale in cui maratona è sinonimo di follia, Salvatore inizia pensare che se lui può fare la Marathon del Sables, allora tutti possono decidere di farla, gli sta stretto l’essere considerato un eroe per questa sua scelta, gli piace invece pensare che il suo entusiasmo possa essere contaminante e possa far venire voglia ad altre persone di mettersi in moto.

Dopotutto la maratona può essere vissuta a vari livelli.

Prima di iscriversi Salvatore chiamò Paolo Zubani, veterano della Martahon des Sables:

“C’è gente che la cammina?”

“Sì”

A quel punto per Salvatore non c’era più dubbio. E si è iscritto.

Così, tra nuove consapevolezze e corse su e giù per la collina di Torino, arrivarono le settimane prima della partenza.

Ho iniziato a leggere con maggior attenzione la parte del regolamento riguardante il contenuto dello zaino.

Un mese prima della partenza, con Roberto Menicucci, decidiamo di fare una settimana di simulato: provare a correre la stessa distanza della gara con lo zaino carico dello stesso peso che avrà nel deserto.

Il DesertKat è perfetto; capisco subito che sarà un fido compagno di viaggio: è compatto, leggero, comodo, si regola perfettamente sulla schiena e, man mano che si svuota, può essere stretto un po’.

Lo zaino è diviso in due vani: in uno metterò il materassino e il materiale per la notte, nell’altro il cibo.

Nei giorni di simulazione riempio zaino con fagioli e riso, oltre che con il sacco a pelo, per arrivare agli 8 kg che dovrò portare durante la gara.

La prima uscita per testare il peso dello zaino è una corsa insieme a Giulio Salmé, uno degli amici che si allena con me. Siamo partiti alle 5 del mattino salendo da piazza Vittorio verso il colle della Maddalena, arrivati in cima avevamo trovato 20 cm di neve, era ancora quella settimana di fine febbraio in cui aveva fatto molto freddo. Scendiamo di nuovo verso Torino e, a 1 km da casa, chiedo a Giulio se vuole provare a portare il mio zaino. Ci corre per qualche centinaio di metri, poi dichiara laconico:

“Ecco perché andavi piano, tu sei completamente matto”

Non potevo che essere d’accordo, in effetti pensare di correre con quel peso sulle spalle era una delle cose che mi preoccupava di più.

Nella settimana di simulazione inizio a mangiare come avrei fatto nel deserto anche a casa. Quindi, dopo la corsa, subito una barretta Raw-Bite. Queste barrette, scelte insieme a Paola Pagaiero della farmacia Re Umberto, altro partner fondamentale di #RunBefore2050, sono preparate solo con frutta cruda (lavorata sotto i 40 gradi), estremamente digeribili e forniscono molta energia. In più sono piccole e leggere, cosa che ho rapidamente imparato ad apprezzare già dopo il primo giorno in cui mi allenavo con lo zaino.

La settimana di simulato vola, ogni giorno percorro mediamente di 30/40 km, che sarà anche la lunghezza media di una tappa, più un giorno lungo che spezzo in tre allenamenti: al mattino, pranzo e sera. Una soluzione interessante che mi ha permesso di provare la long stage senza stancare troppo le articolazioni.

Un po’ per abituarmi, un po’ per valutare se sto scegliendo il cibo e le quantità giuste, continuo a mangiare quello che avrò con me nel deserto: riso, barrette Raw Bite e tanta frutta secca.

Faccio eccezione solo per qualche frutto fresco durante il giorno, che di certo non avrò nel deserto, ma cui non riesco proprio a rinunciare.

Continuo a pensare alle variabili critiche e ai dettagli che faranno la differenza in gara. La protezione degli occhi è uno di questi.

In passato, quando ha fatto gare lunghe sempre esposto al sole, prima o dopo gli occhi si sono affaticati: una piccola congiuntivite, un po’ di sabbia e un occhio rosso; inconvenienti del genere devono essere prevenuti.

Nel deserto sarei stato perennemente esposto ad un sole fortissimo e la sabbia, ovviamente, è ovunque.

A questo proposito ho iniziato a collaborare con Dario dell’ottica San Federico di Corso Re Umberto. È lui a farmi scoprire Rudy e la sua linea di occhiali, Rudy Project.

Arrivo da lui una mattina della settimana di simulato: sono in bici, vestito per correre e con il DesertKat pieno degli 8 kg di riso fagioli e varie che servono per abituarmi al peso.

So che posso sembrare uno improvvisato, ma chi mi osserva con attenzione nota che, al contrario, amo provare le cose, studiarle e approfondire. Certo, a modo mio, facendo mille cose diverse.

Infatti Dario non si fa ingannare dalla buffa immagine del mio zaino gigante e, in una mattina, mi segue facendomi provare tutti i modelli, fino a scegliere insieme l’occhiale migliore per il deserto: uno con la lente molto scura, che sia anche ben protettiva per non fare entrare la sabbia.

In quelle settimane prima della partenza, oltre ad andare in giro con lo zaino carico per abituarmi al peso e imparare a conoscerlo nel dettaglio, mi sono dedicato moltissimo alla questione del cibo.

Non mi stancherò mai di dirlo: spazio, peso e valore energetico sono le tre variabili fondamentali per questa gara.

Fortunatamente ho potuto contare sul consiglio e sull’appoggio degli amici che mi hanno seguito quotidianamente durante la preparazione di questa avventura, e che sono diventati sostenitori di #RunBefore2050.

Lorenzo Bossina del Pastificio Reale, ad esempio, è l’inventore di HemPasta, una pasta funzionale a base di canapa e ricchissima di Omega3. Mangio questa pasta quasi ogni giorno, fa parte della mia dieta, però non potrò portarla nel deserto perchè nello zaino occupa troppo spazio. Ma Lorenzo è un vero fiume in piena, il suo cervello è perennemente alla ricerca di soluzioni, così, per il mio viaggio, mi propone delle porzioni di 30 grammi di canapa, arricchita di curcumina: una fonte importante di proteine con funzione altamente anti infiammatoria, che sono la base per l’HemPasta. Per me è una grande scoperta, in futuro forse si riuscirà ad avere una pasta che si possa mangiare nel deserto, fino ad allora questo mix mi pare un ottima soluzione.

Nello zaino non possono mancare le verdure e il riso. Se per le verdure posso contare sul mio compagno d’avventura dell’Angolo dei Sapori, per il riso mi affido a Gabriele e Michele de Gli Aironi, con cui collaboro da anni, e che so essere sempre pronti a sostenere queste mie follie.

Appena gli ho parlato della Marathon des Sables hanno accettato con entusiasmo di accompagnarmi e sostenere il progetto con i loro prodotti. Data la situazione particolare, mi propongono un riso integrale che deve solo essere reidratato e che si può mangiare freddo o caldo. Lo assaggio, oltre a darmi l’idea di essere nutriente e corposo, è anche molto buono.

Scelgo le verdure con Salvatore seguendo i consigli di Ferdinando Giannone, che ci consiglia barbabietole, cavoli, limoni e broccolo. Ognuna ha un suo macronutriente funzionale che ci servirà a sostenere lo sforzo della gara.

Manca ancora un dolce, che sia antiossidante e ricco di energia, fedele compagno di qualsiasi attività impegnativa all’aria aperta. Parlo del cioccolato, ovviamente.

Cioccolato e deserto non sono un binomio convincente, ma dalla mia parte ho Gabriele Majolani, mastro cioccolataio di Odilla Chocolat, che mi propone la soluzione: cioccolato fondente in pacchetti sperimentali ermetici pronti per entrare nello zaino.

C’era il cacao in polvere nel misto di canapa, curcuma, maca, gomasio, uvetta e semi di chia, zucca e soia che avrei sempre distribuito sul riso e sul cous cous.

Un’altra importante figura si aggiunge al team che mi stava aiutando a preparare la maratona il giorno in cui Davide Pinto, amico ed esuberante animatore di Affini, insieme a Gianfranco Demaria organizza un pranzo per parlare di caffè.

Tra i relatori c’è Felicina Biorci, nutrizionista e biologa, che si dedica alla ricerca in ambito sportivo ed in particolare negli sport di endurance. Durante il pranzo fa un bellissimo intervento sul caffè e sui benefici che ha nella dieta di chi pratica sport di endurance. Ci scambiamo i contatti e, pochi giorni dopo, Felicina mi propone di seguirmi durante la Marathon des Sables, monitorando e studiando il cambiamento del mio corpo prima, durante e dopo la gara, con l’obbiettivo di scrivere un articolo scientifico su questa maratona, partendo proprio dalla mia alimentazione.

È vero: la distanza tra una persona e il traguardo è data dall’allenamento e dalla determinazione ma, nel mio caso, sono felice di poter aggiungere a queste variabili tutte le persone che mi hanno assistito con entusiasmo in quei mesi intensi prima del fatidico giorno della partenza.

Nel deserto l’unica presenza fisica che ti preme sulle spalle è lo zaino e, quando il vento alza la sabbia e i piedi affondano pesanti ostacolando la corsa, è confortante pensare che in quel peso ci sia il tocco di tutte le mani che in qualche modo hanno contribuito a riempire quello stesso zaino con il loro aiuto.

Leave a Comment