Il racconto del Trail della Bora

Una gara probabilmente unica nel panorama nazionale

In questa gara la strategia gioca un ruolo fondamentale.

Per prima cosa, ogni partecipante deve scegliere a che ora partire fra tre possibilità.

Valutando il percorso ho deciso che la cosa migliore è correre i primi 60 km nella notte, ritengo infatti che la parte successiva sarà più complessa, meglio affrontarla con la luce del giorno. Per questo ho scelto di partire alle 22.00.

La mattina prima della gara provo a dormire ma, essendo abituato a svegliarmi molto presto, fatico a prendere sonno. Faccio colazione a base di carboidrati (pane, un po’ di riso venere e generosi cucchiai di pasta di nocciole), poi mi metto a passeggiare tra le strade e i sentieri intorno a Sistiana.

Scendo al mare, supero un porto turistico e mi trovo a Porto Piccolo, un magnifico villaggio che non conoscevo.

Qui la baia è completamente ristrutturata, dominata dalla presenza di residence, case, alberghi, e SPA. Lo hanno chiamato Ecovillaggio. Dal punto di vista estetico hanno indubbiamente fatto un gran lavoro, la struttura scavata nella roccia risulta quasi invisibile ma, come accade spesso in questi casi, al pensiero della bellezza che mi ha colpito si accompagna l’amarezza del dubbio sulla sostenibilità effettiva di questi luoghi di turismo di lusso. Mi impegno nelle prossime ore a scoprine di più.

Poco prima di ritirare il pettorale, l’iPhone mi informa che ho fatto 10 km di passeggiata… beh, volevo conoscere un po’ il paesaggio, giusto?

Susanna e Tommaso mi accolgono al punto ritiro dei pettorali con un sorriso che quasi quasi distrae dal fatto che manchino poche ore alla partenza della gara; ragazzi disponibili, simpatici e pronti a scambiare due parole: finalmente qualcuno che si comporta in modo tranquillo, consapevole di star organizzando una gara e non salvando il mondo.

L’atmosfera è accogliente, tutto è pronto e in ordine. Mi consegnano il pettorale (numero 43) e la cassa da riempire, che ritroverò ogni 20 km circa durante la gara.

Ancora qualche ora per uno spuntino, un po’ di riposo, preparazione dello zaino e poi sarà davvero l’inizio della Bora Trail.

Alle 22 siamo tutti sulla linea di partenza. Via, si parte.

Immediatamente capiamo tutti quale sarà la difficoltà principale della gara: trovare la traccia.

Il problema è che il percorso non è segnato, non c’è neanche una balise sulla strada: soltanto la traccia GPS da seguire. Fortunatamente sono riuscito a caricare la traccia sul mio Garmin, grazie all’aiuto di un concorrente conosciuto in hotel tre ore prima della partenza.

Resta il fatto che, se non si è abituati a usare un dispositivo GPS per seguire un percorso, risulta molto difficile spiegare come funziona e abituarsi in poco tempo.

Immaginate una linea tracciata sul quadrante e un puntatore che indica la tua posizione: il puntatore deve essere sempre allineato alla traccia. Sempre e con esattezza per 164 km, appena ti distrai o pensi solo a correre, ti perdi.

I primi 20 km che ci separano del ristoro volano. Percorso veloce, caratterizzato da tante chiacchiere con gli altri partecipanti. La prima base è all’interno di un campeggio. Bevo dell’acqua calda, mangio una barretta e riparto, anche il tratto successivo è abbastanza facile e scorrevole: il paesaggio cambia di continuo tra sentieri, rocce e pietraie. Anche se è notte la temperatura è molto piacevole, quasi non sembra inverno, siamo decisamente fortunati. Si entra in Slovenia con il buio ma l’orologio ci dice che è quasi mattina. Siamo già in quella fase tipica delle gare Ultra in cui si è immersi nella corsa e nella natura, e non si sa se sia giorno o notte né da quanto tempo si sia partiti. Durante una lunga e bellissima salita, mi trovo da solo con un ragazzo austriaco, Werner, col quale raggiungo il secondo ristoro; è simpatico e corre alla mia velocità, perciò decidiamo di fare un po’ di km insieme.

Al ristoro mi sistemo un’unghia che mi dà fastidio: non avendo nessuna forbicina, penso bene di tagliarla con delle tronchesi per il ferro. Col senno di poi riconosco che le tronchesi sono state un po’ eccessive, ma c’è poco da fare, sono fatto così e l’unghia andava assolutamente sistemata.

Mangio un po’ di HemPasta, bevo tanta acqua calda e riparto. Dopo meno di un km inizia a piovere, metto il guscio Ferrino che da qualche giorno mi fa compagnia, e inizio la salita. Bellissime montagne: circa 30 km percorsi tra faggi, neve e pietre; forse la parte più difficile ed impegnativa come dislivello ma davvero strepitosa per i suoi paesaggi.

Arriviamo al ristoro al km 88: una casetta al fondo di una discesa. L’ambiente dentro è caldo, accogliente e soprattutto rincuorante dato che ormai corriamo sotto la pioggia da 8 ore, la giacca mi ha tenuto caldo e asciutto, invece i piedi sono decisamente fradici e devo assolutamente cambiare le calze.

Bevo, mangio un po’ di zenzero, datteri e proseguo. Ancora salite e discese, neve e tante pietre. Attraverso un tratto di roccia decisamente tecnico in cui perdo la traccia di continuo. Mi viene spontaneo pensare alla PTL, la gara dell’UTMB che si corre in autonomia, solo con la traccia GPS ma con la grande differenza che alla PTL si è in team. Certo sei sul Monte Bianco, il terreno è estremamente più difficile e le pendenze sono maggiori, ma almeno non sei da solo.

Raggiungo il ristoro del km 100, per i prossimi 45 km non ce ne saranno altri. Sono sempre insieme a Werner, continuo a sentirmi bene, riesco a correre senza fatica e sono davvero di ottimo umore. Ci concediamo mezz’ora per riscaldarci e poi ripartiamo.

Fuori continua a piovere, non ha smesso neanche per un istante, il terreno è tutto bagnato e noi abbiamo i piedi a mollo da più di 10 ore che iniziano a fare male proprio per l’eccessiva umidità. I muscoli delle gambe chiedono di correre, perché è il modo in cui affronto i momenti di crisi ma, appena mi distraggo e penso solo a correre perdo strada.

Pioggia, ancora tratti in salita al tramonto, strade bianche e qualche sentiero, e ancora buio. Inizia così la seconda notte di gara. Chiacchiero in inglese con Werner. Parlare in una lingua che non è la mia mi tiene sveglio ma ogni tanto ho la sensazione di non sapere esattamente cosa io stia facendo.

Con la fine del bosco finisce anche la discesa cui segue un tratto di pianura. Ci troviamo in un dedalo di sentieri, stradine e muretti a secco. Siamo al confine tra Italia e Slovenia, ce lo ricordano i cartelli presenti quasi ogni km e i buoi che ci osservano indolenti.

110 km sulle spalle, la pioggia incessante, la traccia GPS da controllare ogni momento: siamo arrivati a quel punto della gara dove in cui o la testa ti dice che devi arrivare alla fine o diventa davvero complicato proseguire.

Il mio amico rallenta, è provato dal percorso sempre identico, dal freddo e dalla pioggia. Inizia a pensare di ritirarsi, al 125 km c’è un punto acqua caldo, chiamiamo l’organizzazione, cerco di fargli coraggio ma sento che sto per perdere il mio compagno. Sto con lui quasi 45 minuti tra telefonate e attesa, poi decido di ripartire.

Inizia una nuova salita, dall’organizzazione mi dicono che questa sarà molto impegnativa e che è difficile trovare il sentiero.

Subito penso che è impossibile che sia peggio della parte precedente ma, dopo i primi 6 km, devo ammettere che è proprio così.

È davvero molto peggio. Sono solo sul sentiero di Skabar, che in questo punto è segnato ma si perde tra i rovi; arriva l’immancabile crisi di sonno, un ostacolo che conosco e saprei gestire, se non fosse per il sentiero da seguire con il GPS. Una parte di me si chiede che senso abbia continuare a seguire un puntino mentre vorresti essere sotto il piumone a casa, eppure so che, scavando nel profondo, come sempre troverò l’energia per farlo. Proseguo tra rallentamento fisiologico e tratti in cui perdo il percorso, i km non passano più, mi sembra di andare pianissimo, inizio a pensare che vado talmente piano che non ha alcun senso proseguire la gara.

Poi però mi costringo a concentrarmi e ragionare: sto bene, non ho problemi, mi sento in sicurezza e, anche se sto andando piano, sto comunque andando avanti.

Perciò proseguo, e appena il sonno svanisce, aumento il passo.

Il sentiero e i paesaggi sembrano molto belli, certo che con la pioggia, il buio e la nebbia che si è alzata è difficile dirlo con certezza, ma qualcosa si percepisce.

Dal GPS vedo che mancano ancora 5 km al ristoro, sembrano infiniti e lentissimi ma poi anche questi passano.

Proseguo sapendo che l’ultimo tratto sarà veloce ed è difficile perdersi.

Ultimo ristoro, ultimo cambio calze. I piedi ormai sono cotti, conseguenza della tipica stupidaggine di averli lasciati a mollo per ore, mi rallentano mostruosamente. Penso che per fortuna non ho nulla e sto molto bene, so benissimo che i piedi torneranno normali al primo lavaggio e basterà stare senza scarpe qualche ora, ma nel frattempo fatico ad andare avanti.

Come previsto gli ultimi 20 km sono davvero facili e si potrebbero correre tutti velocemente, invece il ci metto una vita a causa di questi piedi, ma va bene così.

Proseguo, dopo 10 km arrivo nelle vicinanze di Sistiana, poi scendo verso il mare. La strada si affaccia sul golfo, un paesaggio incantevole, poi risale e finalmente si arriva a Sistiana: ultimo km di corsa, sofferto per colpa dei piedi, e poi l’arco dell’arrivo.

È stato davvero un percorso impegnativo, al termine sono stato felice di trovare il controllo antidoping, mi fa piacere che anche in queste gare ci siano e controllino che tutto si svolga nella totale correttezza.

In conclusione il mio consiglio per chi volesse partecipare in futuro a questa gara è: imparate a caricare e seguire i tracciati sui dispositivi GPS.

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