Il racconto del TOR

L’attesa è ordinaria. Aspettare il propio turno in coda non è esattamente quello che ci si immagina come preludio a qualcosa di incredibile.

 

Non è la prima volta che partecipo ad una gara di questa lunghezza, ma questa lentezza mi fa sempre un certo effetto. Intorno a me il chiacchiericcio animato dei volontari che spuntano i nostri nomi per consegnarci pettorine e indicarci come e dove depositare i nostri effetti, si unisce alla voce eccheggiante dell’altoparlante che ripete avvisi e indicazioni di tanto in tanto. La macchina dei volontari è imponente e l’organizzazione precisa e zelante. Tutte queste persone, e molte altre ancora, saranno accanto a noi nei prossimi giorni.

Alla partenza trovo tanti amici, ma mi soffermo a parlare con emozione con Roberto Cavallo e Roberto Menicucci. Quanti km ho fatto a fianco di Roberto Cavallo,con la Keep Clean and Run, lui ancora una volta è alla partenza con un messaggio chiaro forte quello della lotta contro l’abbandono dei rifiuti, insieme correranno il TOR con questo messaggio, Roberto si è inventato l’ennesimo progetto concreto di riduzione dei rifiuti, ai ristori troveremo i cestini per fare la raccolta differenziata e molto altro piccoli gesti rivoluzionari, con lui ci sarà Roberto Menicucci mio allenatore la persona che da un anno mi segue mi consiglia, una persona speciale Roberto ama lo sport non il gesto agonistico ma lo sport come stile di vita, prima di lui non avevo mai voluto che qualcuno mi allenasse ma lui è diverso, questo anno con lui è stato fantastico. Mi sono allenato, conosco il percorso e le modalità della gara, so cosa mi aspetta e allo stesso tempo non posso ancora saperlo, quando si parte per un viaggio non si ha mai idea di cosa ci aspetti, ad ogni partenza l’emozione aumenta, e qui siamo alla partenza del TOR un nome che evoca in qualunque trailer paura emozione e fa tremare le gambe solo a sentirlo pronunciare. Alla partenza c’è Salvatore, lui è venuto a prendermi in hotel lui mi ha accompagnato nel piazzale della partenza, lui mi ha detto che ci sarà nelle basi vita a farmi assistenza, percepisco nei suoi occhi una passione per questa gara che ha appena conosciuto ma che già l’ha stregato, sento che nei prossimi mesi lui sarà un compagno di strada un amico con cui condividerò nuove sfide, è una persona speciale ed è qui alla partenza.

 

È il 9 settembre, sono a Courmayeur e sto definitivamente per partire per il mio accesso all’ottavo Tor des Geants®. Gli amici e conoscenti che parteciperanno mi salutano con un cenno della mano fermi ad altri tavoli, ricambio i saluti, scambio qualche parola, mi concentro sulla mia borsa gialla quando arriva il mio turno, e sottopongo la mia attrezzatura ai controlli. Le regole più importanti del Tor sono relative alla sicurezza, perchè questa non è una puerile prova di coraggio: si può portare a termine solo con disciplina e determinazione.

 

Ne avrò bisogno presto. Per ora, tuttavia, ho la sensazione che tutta la popolazione di un paesone si sia riunita al check-in di un’aereoporto, in una frizzante e operosa aria di festa.

 

La stessa atmosfera si respira il giorno dopo, con le centinaia di partecipanti accalcati su viale Monte Bianco: abbiamo depositato le sacche gialle, sono stati ricontrollati tutti i nostri dispositivi GPS e ora, con 20’ di ritardo dovuti proprio al polungarsi dei controlli, siamo pronti a partire.

 

Sono le 10,20 ed è decisamente domenica. A dirlo è l’aria fresca pulita dalla pioggia del giorno prima, la folla festante, il sole splendente e ancora tiepido del mattino, il tutto accompagnato dal suono dei campanacci agitati da fieri valdostani in costume tradizionale.

 

Al “via!” iniziamo a muoverci, un po’ a rilento in realtà, alcuni accennano dei passi di corsa poi rallentano e camminano, non potremo correre davvero ancora per un pò di minuti e quel “via!” non ha proprio acceso la gara, ma ha appena trasformato 867 sconosciuti provenienti da 67 Paesi diversi in un gruppo di compagni di gara.

 

Man mano che i primi prendono velocità, il gruppo si diluisce un po’ e, poco prima di oltrepassare il confine cittadino di Courmayeur, inizio a correre sul serio.

 

Sono carico di energia e finalmente sento pienamente la concretezza del percorso appena iniziato: salgo deciso verso la cima del Col d’Arp, scollino e mi concedo di correre velocissimo attraverso gli ampi pascoli che scendono verso La Thuile. 20 km spensierati in piacevole compagnia di Katia Figini, il sole e le chiacchiere ci accompagnano il tempo vola. Da qui in poi so che dovrò impostare il passo giusto e non cedere a facili entusiasmi: questa prova si porta a casa con la testa prima ancora che con le gambe.

 

Soddisfatto dalla prima giornata, chiudo i primi 50 km raggiungendo alle 20,30 la ‘base vita’ di Valgrisenche. Le basi vita sono punti in cui si concentra l’assistenza per noi corridori: volontari, certo, ma anche medici e massaggiatori pronti a prendersi cura di chi ne ha bisogno. Sono i punti in cui possiamo trovare le borse gialle con gli effetti consegnati in fase di preparazione: cibo, ricambi e altro che non è necessario durante la corsa ma di cui, ad un certo punto, avremo bisogno. È l’organizzazione a farsi carico del trasporto di tutte le borse gialle da una base vita all’altra; infatti, per garantire uguaglianza dal punto di vista sportivo, il regolamento prevede che amici, parenti o allenatori personali, non possano assistere in nessun modo i partecipanti. Tutto quel che ci può servire può esserci consegnato esclusivamente da un assistente dotato di pass con numero corrispondente all’atleta e solo nelle basi vita e nelle aree rifornimento dei rifugi.

 

Di tutto ciò apprezzo lo sforzo e lo zelo, ma sono passate appena 10 ore dalla partenza e mi sento in forma, perciò in questa prima base non avrò bisogno di assistenza: ho più voglia di continuare che di fermarmi. Ritiro comunque la mia borsa gialla, cercando in fretta le cose che mi servono per rinfoccillarmi e preparami per la prima notte, che sarà fredda o forse gelida supereremo i 3000 metri nella notte, quindi indosso la maglia più calda che ho e mi preparo per la prima cena. Tra i concorrenti arrivati alla base riconosco degli amici e mi siedo con loro per mangiare un po’ del mio riso e un brodo caldo. Dopo 40’ tra cibo grandi bevute di acqua latte di riso e the caldo, saluto gli altri e riparto con Francesco Saviozzi, pronti ad affrontare insieme la prima notte. Conosco il percorso: il tratto tra Valgrisenche e Cogne è quello su cui mi sono allenato con Giorgio Macchiavello anche se lui, purtroppo, al momento della nostra partenza non ha ancora raggiunto la base vita.

 

Procedo con Francesco sul sentiero illuminato dal potente fascio di luce delle lampade frontali. Il buio ci avvolge, trovo simpatico osservare come si muovono le nostre stesse lampade sulla testa di qualche altro compagno di gara che ci precede di qualche centinaio di metri.

 

I colli tra la Valgresenche e Cogne (il Fenetre, L’entrlor e il Loson) toccano tra i 2850 e i 3300 metri di altitudine e sono considerati i più impegnativi di tutto il circuito del Tor. Per questo motivo tre settimane prima ho deciso di allenarmi proprio su questi sentieri che già conoscevo e di cui mi piace moltissimo ripercorrere gli ampi avvallamenti tra le rocce.

 

Di notte il silenzio, che in questi ambienti è la norma, sembra ancora più profondo. Non vedo nulla oltre l’area illuminata dalla mia lampada; procedo attento e spedito, un po’ chiacchierando con Francesco, un po’ in silenzio, ascoltando lo scalpiccio dei nostri passi, in ogni caso determinato ad oltrepassare i tre picchi durante la notte.

 

Superiamo insieme il Fenetre e scolliniamo oltre l’Entrelor, poi Francesco rallenta lungo la discesa ed io, riparto da solo, il Tor è anche solitudine, nella notte sei tu il cielo stellato la tua frontale i pensieri e la notte, una magia unica, poesia pura.

 

La luce del crepuscolo si allarga lentamente nel cielo mentre da Eaux Rousses inizio a salire verso la vetta del terzo colle.

 

Sono le 5,15 del mattino, l’aria è fredda. Con la mente libera beneficio del meraviglioso silenzio che avvolge i primi accenni del giorno. Sgranocchio qualche albicocca secca e continuo la salita. Bevo ogni 20’ e mangio qualcosa ogni 50’ circa: sin dalla partenza seguo questa piccola routine per mantenere costanti energia e idratazione.

 

L’incantevole alba sul Loison è il mio premio per le prime 20 ore di marcia. Scendo verso il rifugio Sella e, alla fine della mattinata, arrivo alla base vita di Cogne.

 

Senza fatica passo il colle, penso a quando poche settimane prima con Giorgio Macchiavello avevo solcato quei sentieri per allenarmi, per la prima volta nella mia vita avevo sentito l’altitudine, probabilmente per la scelta di salire sui monti immediatamente dopo il mare, ogni passo allora mi pareva un incubo, adesso invece vado tranquillo verso la salita senza fatica anzi, l’unica preoccupazione è quella di non andare troppo veloce in modo da mantenere le forze.

 

Salvatore mi aspetta con la mia borsa gialla e con una graditissima porzione di riso venere appena fatto, condito con dell’ottimo olio extravergine d’oliva; dopo 24 ore passate ad alternare albicocche, datteri e barrette ai cereali, un piatto caldo dal sapore diverso è davvero un sollievo.

 

Non sento il bisogno di dormire, perciò faccio una doccia veloce e, dopo una mezz’ora abbondante sono di nuovo sul sentiero. Sono di nuovo in compagnia: Marina Plavan e Scilla Tonetti ripartono con me verso il rifugio Sogno di Berdzè. La salita è molto più dolce rispetto a quelle affrontate prima di raggiungere Cogne e la compagnia delle ragazze stempera quella sensazione di monotonia che, per quanto adori il paesaggio, inizia ad insinuarsi.

 

Arrivati al rifugio ritroviamo molti compagni di avventura. Come me hanno deciso di superare i tre colli durante la notte, infatti alcuni si sono fermati qualche minuto per dormire. Anche io avevo programmato riposarmi qui ma non ne sento il bisogno perciò mi fermo per mangiare qualcosa in compagnia e chiacchierare con gli altri avventori. È tutto perfetto: il tempo è sereno e stabile, sono in compagnia e sono in linea con i tempi che ho programmato. Continuiamo la salita e, arrivati in cima al Fenetre de Champorcher, possiamo ossevare il meraviglioso paesaggio delle pendenze che dolcemente scendono intorno alla cima. Cerco il telefono nello zaino per scattare qualche foto ma non lo trovo. Nel momento in cui realizzo di non averlo con me, ricordo improvvisamente di averlo lasciato sul tavolo al rifugio. Corro nuovamente verso il rifugio Sogno dispiaciuto più per aver perso la compagnia che per il tempo che dovrò recuperare: il tratto di discesa che seguirà il Fenetre de Champorcher è lungo e monotono, percorrerlo da solo non sarà affatto facile quanto mi aspettavo. Sembra strano, ma correre veloce fare 300 metri di dislivello in discesa e altrettanti in salita mi fa sentire vive le gambe senza zaino corro veloce.

 

Per chi, come me, non ambisce alle prime posizioni, la classifica non è importante ma conosco le mie possibilità e voglio comunque raggiungere il mio obiettivo, perciò accelero il passo e cerco di recuperare il tempo perduto. Nel frattempo è calata la sera, ho recuperato la vetta proprio al tramonto. Le ultime luci scompaiono alle mie spalle e di nuovo il buio copre ogni cosa. Ancora pochi chilometri e arriverò alla base di Donnaz, la parte forse più noiosa del TOR mi aspetta. Corro, poi cammino, incontro nuovi amici, chiacchiero e penso che voglio solo arrivare in fretta a Donnas per poter affrontare la tappa successiva e puntare a Gressoney.

 

Osservando la notte succedersi al giorno per la seconda volta ho la sensazione di attraversare il tempo, mi astraggo, non lo vivo passivamente seguendo il ritmo del giorno e della notte ma sono spettatore del suo alternarsi. Mi concentro sulla respirazione, presto attenzione ai miei passi, percepisco lo spazio intorno a me. Non ci sono rumori eccetto il rumore dei passi. Non ci sono rumori perchè nulla si muove. L’immobilità di fronte all’inevitabile scorrere del tempo suggerisce che la montagna stessa sia la vera spettatrice del tempo. È sempre stata lì, da prima che iniziassimo l’affannosa rincorsa delle nostre vite e sarà ancora lì quando l’ultimo di noi umani perderà la sua corsa contro il tempo. Il telefono vibra nella tasca. Lavoro? Amici? Casa? Decido di non guardare ancora per un po’. Continuo a correre seguendo il fluire del tempo e l’andamento del suolo. Corro con la Terra, non contro di essa.

 

È quasi mezzanotte quando raggiungo la base vita a Donnas. Ritrovo Marina e Scilla che sono arrivate già da un’ora e si sono fermate per riposarsi un po’. Oltre a loro ci sono una trentina di persone. Il chiacchiericcio è sommesso, si iniziano a vedere volti un po’ tesi per il sonno, alcuni hanno scelto di dormire qualche ora. Personalmente non sento ancora il bisogno di dormire, ma decido ugualmente di corcarmi una ventina di minuti per riposare le gambe. Faccio una doccia veloce e poi riparto insieme a Marina e ad un altro amico, Andrea Rossi. Insieme a noi lascia il rifugio anche un signore danese, da solo. Donnas è deserta all’una di notte, in silenzio usciamo dal paese per affrontare il piccolo scollinamento prima della scalata verso il rifugio Coda.

 

Percorriamo i primi 14km. Insieme affrontare la fatica è meno difficile, ci teniamo svegli, ci raccontiamo di come sia andato il percorso fino a quel momento. Passiamo La Sassa e continuiamo a salire. Solo 4km ci separano dal rifugio Coda, il traguardo che segna la prima metà del percorso. Sono solo 4km ma sono il primo vero ostacolo. Inizia a soffiare il vento, nonostante sia prima mattina e il cielo sia meravigliosamente terso, la temperatura si abbassa drasticamente e, per quanto ci copriamo con i capi pesanti che abbiamo negli zaini, il freddo non molla. A testa china continuiamo la salita e acceleriamo il passo per raggiungere il rifugio al più presto e sfuggire così al vento gelido. Arrivo al Coda tutto tremante, non esattamente l’ingresso trionfale che speravo per celebrare la prima metà del percorso, ma sento odor di cibo caldo e subito mi sento felice. Al rifugio minestra, minestrone e caffè vengono preparati a rotazione in modo da essere sempre pronti per i concorrenti che arrivano; ne consegue che il tipico pasto da rifugio del Tor è una sequenza incoerente di piatti vari in cui può capitare che il caffè arrivi tra due scodelle di minestrone. Ad ogni modo nessuno di noi ci bada più di tanto: il cibo aiuta a combattere il freddo e, in questo momento, è la cosa più importante.

 

Questa piccola pausa ci è molto utile, sto di nuovo bene e sono pronto a riprendere la corsa. Riparto insieme a Marina e Andrea ma, dopo aver superato il rifugio Barma, ci separiamo perchè scelgo di rallentare il passo: il percorso che porta a Niel è più tecnico, per me, percorrerlo velocemente significherebbe rischiare piuttosto che guadagnare tempo.

Lungo la discesa dal Col della Vecchia verso Niel non incrocio quasi nessuno, perciò chiamo casa. Telefonare, sentire la mia famiglia e poter parlare d’altro fa davvero la differenza dopo due giorni di marcia. I km volano e tengo a bada la stanchezza che inizia a farsi sentire.

A Niel ritrovo un po’ di amici e incontro Renato Joriz, amico e assistente per il Tor, che mi accoglie con un caloroso saluto e mi racconta cosa mi aspetta dal resto del percorso.

“D’ora in poi non perdere più tempo ai ristori, usa le pause per dormire” mi raccomanda. Intorno a noi vedo i visi stravolti di alcuni compagni di gara. Mi chiedo se anche io abbia la stessa espressione agli occhi degli altri. Faccio tesoro del consiglio e proseguo.

 

Sono le 20,16 di martedì 12 settembre quando raggiungo Gressoney Saint-Jean; ho percorso 206km in 58 ore e ancora non ho dormito.

La base vita è stata allestita all’interno della Sport Haus, mi ricorda molto il giorno della partenza perchè anche qui è pieno di tavoli predisposti per l’accolglienza dei trailer che correranno il Totdret® tra meno di 24 ore. Per ora non c’è ancora gran fermento, i volontari sono perlopiù concentrati su di noi. Una sorpresa, ad accogliermi c’è Patrick un amico che corre, appassionato di montagna è venuto a salutarmi. Mi assiste, lui ha già fatto il TOR per lui aiutare e fare assistenza è cosa naturale, in pochi secondi riesce a rimettermi in sesto.

Ritrovo Marina e Andrea che stanno per ripartire e, gradita sorpresa, trovo Patrick, amico e allenatore, venuto per prestarmi assistenza.

Accetto di dedicare del tempo ad un massaggio, parte di me morde il freno ma ascoltare il mio corpo è essenziale e, in questo momento, il mio corpo ha bisogno di riprendersi. Dopo il massaggio mangio e mi concedo di dormire per 20’.

Riprendo la gara dopo più di 2 ore, correndo sul rettilineo che porta fuori dal Comune, realizzo quanto mi sia stato utile questa pausa: le gambe sono di nuovo forti e reattive. Chiamo Sabrina, a casa, bello sentire la voce amica chiacchierare di altro, lei da lontano segue ogni passaggio, conosce il percorso il dislivello, notte e giorno guarda il computer il sito e mi racconta cosa mi aspetta chi c’è dietro chi davanti, calcoliamo i tempi insieme di quanto ci posso mettere considerando le tappe prima e le tappe dopo, quanto tempo hanno impiegato gli altri concorrenti che sono davanti. Sabrina è una presenza costante lontana ma presente, conosce la gara come se l’avesse corsa lei stessa più volte, sa fare assistenza e l’assistenza in questa gara conta e molto.

Con questa rinnovata energia inizio la salita verso il Col Pinter, che raggiungo senza pause. In un certo senso la salita è riposante perchè l’impegno necessario distrae dal sonno che ora inizia a farsi sentire, soprattutto nei tratti che percorro da solo. Scollino e scendo fino a Campoluc, seguo il consiglio di Renato: non mi fermo e continuo risalendo fino al rifugio Grand Tourmalin, che raggiungo mentre la notte lascia il passo alle prime luci, dormo per 10’ poi continuo la salita per il Col di Nana con l’alba che sale alle mie spalle e, giunto in cima, osservo il giorno farsi largo tra le rocce.

 

La discesa a valle è impervia, il dislivello è di 230m, 9km circa, impiego 4 ore. Sono in compagnia di Raffaella Miravalle, che ha lasciato l’ultimo rifugio insieme a me. Sento i miei movimenti farsi un po’ pesanti, bevo un po’ d’acqua, mi distraggo chiacchierando. Verso metà strada ci raggiunge Marina e insieme arriviamo a Valtournenche.

Non ho ricordi di questa base vita. Sono stato lì 40 minuti ed è come se non fosse mai accaduto.

Al contrario, ricordo molto bene il tratto successivo.

Se normalmente le salite mi piacciono, quella per arrivare al rifugio Bermasse è stata invece molto dura. Da lì il dislivello per raggiungere il Fenetre di Tsan è relativamente dolce. Procedo con passo pesante, cerco di distrarmi pensando a qualcosa ma i ragionamenti si spengono sul nascere. Concentrarmi è estremamente faticoso.

Arrivo al rifugio Cunéy, sono quasi le 19, il sole è basso e lancia ombre nette sul terreno. Il contrasto rende tutto surreale e io mi costringo a proseguire verso quella che sarà l’ultima notte. Fino a Col Vessonaz riesco a gestire la stanchezza, mi fermo solo al bivacco Clermont.

Cammino, qualcuno mi sorpassa guardando dritto davanti a sè. Mi volto per vedere se ci sono altri e quando riprendo il passo, davanti a me non c’è più nessuno. Apro una barretta ma non la finisco e la rimetto a posto nello zaino, bevo qualche sorso e di nuovo il mio corpo mi chiede di smettere di bere. Non gli importa del cibo nè dell’acqua. Vedo una panchina. È verde come quelle che ci sono a Torino. È piazzata proprio lì in mezzo al sentiero e, soprattutto, non è reale. Riesco a pensare solo a dormire, mentre cammino, la gara si sposta dentro di me. Voglio dormire e voglio continuare la marcia, il braccio di ferro tra due impulsi si accende nella mia testa, devo mantenere il controllo, continuare è possibile se decido di farlo. Ho deciso di portare a termine la gara. Appoggio un piede e decido di muovere il passo successivo. Otto ore di decisioni. 21km di passi conquistati uno alla volta.

Una volontaria mi sorride e mi porge una tazza di brodo caldo. Ricambio il sorriso. Ripenso alle persone stanche che ho visto lungo il cammino. Adesso anche io sono come loro. Il brodo mi scalda. Riparto.

Termino la discesa verso Oyace un’ora prima di mezzanotte, affronto il Col Brison nell’oscurità totale. Vedere la luce delle lampade che si muovono sulla testa di altri compagni di gara mi rincuora, se non altro per il fatto di non essere solo. Buio, silenzio, passi. A volte vedo degli oggetti, immagino di parlare con qualcuno; onestamente fatico a distinguere cosa sia reale. Questa condizione ovviamente mi costringe a rallentare e impiego due ore in più rispetto a quel che avevo previsto.

Sul finire della notte raggiungo l’ultima base vita. Ricevo la mia borsa gialla. Salvatore è ancora qui, ancora una certezza. Mangio qualcosa. Mi riposo 20 minuti. Un ultimo caffè in compagnia di Salvatore e si riparte. I volontari sorridono, ci chiedono se abbiamo bisogno. Sanno che abbiamo sonno, alcuni di noi hanno persino uno sguardo un po’ inquietante a causa della mancanza di riposo, ma i volontari non danno a vedere che ci vedono stanchi, semplicemente ci aiutano. Il loro apporto alla nostra impresa è impagabile.

Lascio Ollomont all’alba, supero Col Champillon, il sonno è tornato a tormentarmi: superata la china del monte inizia la lunga pianura verso Saint-Rhémy en-Bosses, corro e dormo insieme, a tratti mi rendo conto di aver percorso della strada senza esserne veramente cosciente. Alle 10 inizia a piovere e continua per le tre ore che impiego per raggiungere Saint-Rhémy en-Bosse che non è una base vita, ma è un traguardo incoraggiante perchè da qui mancano solo 30 km al traguardo. Ancora una telefonata, chiamo la mamma, i miei genitori saranno all’arrivo, sono felice, entusiasta. Saranno li ad aspettarmi, mia mamma quest’anno ha saputo non farmi mai pensare che fosse in ansia per me, forse lo era, nelle ore di cammino spesso penso a quanto sia impossibile raccontare a chi sta a casa che il TOR è un esperienza meravigliosa, non è paura spavento o stanchezza, ma è emozioni meravigliose albe e tramonti vissuti da soli ore di cammino e paesaggi magnifici, mia mamma l’ha capito e anche se con la tensione che ha chi resta a casa mi ha accompagnato nel viaggio.

Mangio un po’ di pasta in bianco, dato che sono fradici, mi cambio tutti i vestiti. Riparto, ho ancora la sensazione di non essere del tutto presente lungo l’ultimo tratto in piano, mi sveglio completamente quando inizia la salita per Col Malatra. Il cielo è coperto, in alcuni punti le nuvole toccano la roccia rendendo impossibile vedere dove si sta andando. Mi affido alle bandierine piazzate lungo il sentiero ma sbaglio strada. Taglio di corsa attraverso un prato e torino sul sentiero giusto senza aver perso troppo tempo. Fa molto freddo, vorrei concedermi 8-10 minuti di sonno ma la temperatura non lo consente. Inizia a cadere un po’ di nevischio, il gelo è soporifero e contemporanemente mi impedisce di riposarmi. Per circa mezz’ora il sonno mi tormenta più del freddo, poi ricomincia la salita e, come al solito, mi aiuta ad allontanare la stanchezza. La neve continua a scendere, a terra è tutto coperto, le rocce sembrano piccoli confetti bianchi. Raggiungo il rifugio Frassati dove sono altri concorrenti si sono rintanati per sfuggire alla tempesta. Parlo con i giudici di gara e, quando mi confermano la possibilità di proseguire la prova, infilo i ramponcini e conquisto l’ultima cima.

È metà pomeriggio. Da qui si vedrebbe il monte bianco e tutta la catena di monti che ho attraversato in questi giorni. Purtroppo è coperto, in compenso c’è la neve, mollemente adagiata sul terreno ad abborbidire ogni asperità, candore che si aggiunge alla maestosità della montagna un’aura di sacralità che mi stringe il cuore. Uno scenario che non avrei potuto vedere se non avessi accumulato quelle due ore di ritardo sul Col Brison.

Il percorso a scendere non è pericoloso, basta prestare molta attenzione e non dimenticare mai che si è in montagna.

Eccomi agli ultimi 15 km, percorso facile facile di discesa e pianura. Lo affronto con calma, tempi e posizione in classifica ormai sono definiti. Mentre procedo mi sento felice. Ho portato a termine la prova, ho vissuto questa bellissima esperienza e sono fiero di quel che ho fatto. Lungo la pianura corro veloce, le gambe rispondono bene. Supero il rifugio Bertone poco dopo il tramonto, proseguo la discesa lunga e piuttosto noiosa. Resisto perchè sarà anche noiosa, ma è comunque la strada che porta al traguardo.

Telefono a casa per dire che ci sono quasi. Voglio assolutamente condividere questo momento.

Ultimi km sull’asfalto, davanti a me un gruppetto di tre compagni di gara. Case e persone, si torna alla civiltà.

20,40, Courmayeur. La gente festante ci accoglie ai lati della strada. Attraversiamo la piazza da dove siamo partiti, poi il centro storico, tutto di corsa, riesco a correre sono felice sto arrivando infine, dopo 339km e 106 ore: il traguardo.

 

 

 

 

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