Destinazione Ouarzazate….finalmente si parte…

A4 Torino-Milano. 135 km di rettilineo che attraversa una pianura fatta di campi di terra scura appena arata, alberi in parte ancora spogli e agglomerati di bassi edifici industriali accalcati nei pressi delle uscite.

Dopo mesi di preparazione vissuti in movimento e in continuo divenire, la staticità del paesaggio dà la sensazione di essere in un non-luogo, chiuso in un oggetto che corre veloce senza spostarsi.

Un’ora e mezza con Salvatore e il nostro amico Domenico che ci accompagna verso l’aereoporto. Decidiamo di fare una pausa in autogrill.

Vuoi per abitudine, vuoi perchè un ultimo controllo aiuta sempre a rilassarsi un po’, riesamino per l’ennesima volta il contenuto dei bagagli.

Tolgo, guardo e rimetto in ordine; cibo, cambi, materiale obbligatorio. Un’improvvisa nausea mi afferra allo stomaco. Tolgo. Guardo. Rimetto in ordine.

Mancano le solette Noene, le mie Ergonomic.

La nausea diventa un formicolio diffuso che percepisco chiaramente nelle braccia sulle quali, però, sento di non avere il completo controllo.

Panico. Senza non posso correre: le scarpe sono nuove e non hanno neanche la loro di soletta.

Il disagio aumenta, il panico diventa frustrazione, rovisto nel bagaglio sapendo che è inutile e, per qualche interminabile minuto, penso seriamente che la mia avventura in Marocco finirà così, ancora prima di iniziare, sull’anonima piazzola di servizio dell’autostrada. Tutto il tempo le energie impiegate, tutte le persone che ci hanno creduto con me. Tutto finito.

Senza solette non posso correre.

Disperato mi rivolgo a Salvatore e Domenico.

Salvatore mi guarda preoccupato ma dice con cautela:

“In realtà ho un paio di scarpe in più che ho preso per sbaglio, su cui ho delle Noene di una taglia che non è la mia”.

Le provo. Infilo le solette nelle scarpe e le indosso. Il sollievo è tanto immediato da non crederci. È la mia taglia. Il viaggio può continuare.

Arriviamo a Malpensa, area d’imbarco.

Davanti all’hostess in divisa impeccabile, sfilano pazienti uomini e donne vestiti con vistoso e coloratissimo abbigliamento sportivo. Tranne Salvatore. Lui ha la maglietta degli Iron Maiden.

Anche senza cartelli, sarei comunque certo di essere al gate giusto: così conciati non si può che andare nel deserto.

Qui e là c’è chi approfitta del bar per bersi una birra, chi legge comodamente appoggiato al proprio zaino e c’è chi si presenta e prova a fare amicizia.

Ci imbarchiamo per Casablanca.

Sul volo si inizia immediatamente a fare domande. Una volta individuato, chi ha già partecipato alle edizioni passate, viene circondato da noi matricole e sommerso di domande. Abbiamo tanti dubbi e incognite che finalmente vedono la possibilità di avere risposte. Siamo al limite di quel che conosciamo, oltre quella linea c’è un’impresa che, in quel momento, ci sembra la più impegnativa al mondo.

Molti dei nostri compagni di viaggio hanno già vissuto questa esperienza, sanno cosa aspettarsi e mi sembrano molto rilassati al riguardo.

Rispondono con pazienza alle nostre domande ma, tra le loro parole, c’è l’intenzione di farci capire che l’unica risposta soddisfacente arriverà nel momento in cui inizieremo a correre e vivere questo viaggio con mente aperta.

A tarda sera atterriamo a Ourzarzate e ci sistemiamo nella stanza dell’albergo.

Ricordo che nè Salvatore, nè io abbiamo dormito granchè quella notte. Il mattino seguente, alle prime luci dell’alba, sono andato a correre. Un rapido giro della città, giusto per sgranchire le gambe dopo il viaggio e per iniziare a capire il clima.

Ourzarzate è un paesino che si arrampica tranquillo sul fianco di una piccola collinetta di roccia. Le mura sono tutte in mattone, mosse da torrette e rientri di varia altezza e diverse merlature che, nel complesso, le fanno sembrare una naturale continuazione delle fratture della roccia su cui poggiano. Le vie sono stette nella parte vecchia e si aprono improvvisamente su ampie piazze su cui si allungano le prime ombre del giorno.

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Gentili soffi di vento portavano da oltre le mura odore di pietra e spezia; l’aria era già molto calda, non umida, ma era come se il calore e il profumo avessero una densità propria.

Per mesi mi sono detto ‘il deserto è vicino’. Per la prima volta, quella mattina, il deserto era davvero vicino. Era proprio lì, a pochi metri da me.

Mi riunisco agli altri partecipanti per la colazione. La delegazione Italiana, come spesso accade, è subito affiatata. Si fa colazione insieme come se fossimo tutti amici di vecchia data.

Si chiacchiera e ricominciano le domande; domande che aumentano ma per cui, progressivamente, diminuiscono le risposte.

L’adrenalina di tutti aumenta, ogni secondo fermi è eterno, vogliamo solo metterci in marcia, vogliamo partire.

Radunati davanti all’hotel, in attesa del bus, noto che ognuno di noi tiene già una bottiglia d’acqua in mano e beve di tanto in tanto. Può far ridere, ma ci han detto e ridetto per mesi che bisogna bere in continuazione. Certo, noi eravamo ancora in città, ma forse questo prematuro sorseggiare ci faceva sentire come fossimo già nel deserto.

Il bus parte. Ouarzarzate si trova a 1200 metri di altezza; allontanandoci, attraversiamo una prima catena montuosa che scende verso un paesaggio che resta immutato per ore. Una piana rocciosa interrotta solo da poche montagnole isolate, un piccolo villaggio ogni tanto, qualche palma e poi solo roccia, pietre, sabbia. Il nulla.

Dopo 6 ore arriviamo al campo base, dove avremmo passato i due giorni prima dell’inizio della gara.

Il campo è già stato allestito con le tende disposte in un grande anello.

Io e Salvatore siamo assegnati alla tenda numero 7. Conosciamo Corrado, Angelo, Giulia, Diego, Luca e Davide. Per una settimana saranno i nostri compagni più vicini, quella tenda sarà la nostra casa e dovremo arredarla con le nostre esperienze perchè, in dotazione, abbiamo solo un tappeto steso a terra e nulla più.

La vita da bivacco ha lo strano potere da farti credere rapidamente di non aver mai vissuto in altro modo e che mai potresti voler vivere diversamente.

Amo questa vita: ho fatto campeggio fin da quando ero bambino, mi è difficile pensare alle mille uscite in tenda con gli Scout senza un po’ di nostalgia.

In un attimo mi sento a casa e so che non sarà affatto difficile abituarmi a dormire per terra e cucinare col solo aiuto di un fornello da campo.

Sistemato il sacco a pelo e il materassino, iniziamo tutti a riempire gli zaini per prepararci al controllo.

Il peso minimo consentito è di 6,5 kg. È facile adempiere alla richiesta e andare oltre, considerando tutto il materiale obbligato dal regolamento: sacco a pelo, una torcia, la pompetta succhiaveleno, un piccolo coltello, la bussola, telo termico e soprattutto cibo quantificabile in almeno 2000 kcal al giorno per i sei giorni di gara.

Naturalmente si cerca di mantenerlo leggero, ma ci deve essere tutto: trovarsi con poco cibo sarebbe un dramma, ma avere uno zaino troppo pesante trasformerebbe la settimana un incubo.

C’è tutto. Suddivido il cibo per l’ennesima volta. Per la prossima settimana la mia dieta prevederà due barrette Raw-Bite al giorno, una porzione di riso con con la verdura, cous cous di legumi e un mix di semi di lino e di zucca, noci, mandorle, albicocche, datteri, mirtilli, canapa, maca e cacao da spargere ovunque.

Ho anche il caffè, grazie alla generosità di Maurizio Galiano, proprietario del bar torrefazione Gocce di Cioccolato e grande appassionato di caffè che, nei mesi di preparazione, mi ha invitato nel suo negozio per donarmi una miscela speciale e un Aeropress: una caffettiera da viaggio leggerissima e facile da usare.

O almeno lo sembrava quando Maurizio me ne ha mostrato il funzionamento.

Si montano i due cilindri (uno cavo e uno con una specie di ventosa) e si mette la  miscela in quello cavo. Si aggiunge acqua calda, mescoli, copri con il filtro, giri e pressi.

Dopo un paio di tentativi, Salvatore ed io riusciamo ad estrarre un caffè delizioso con tanto di morbida crema dal perfetto color nocciola, che emana quel familiare e avvolgente aroma che ti fa sentire subito a casa.

Prepariamo il caffè per tutta la tenda e, convinti dall’entusiasmo generale, decidiamo che non possiamo rinunciare a quel piccolo peso in più. Aereopress e miscela di caffè devono assolutamente stare con noi.

La mattina dopo, appena sveglio, vado a fare una corsetta. Arrivo sulla cima di una piccola collina dalla quale si vede il campo con le nostre tende disposte in cerchio.

Il sole si alza languido e tremolante oltre la linea dell’orizzonte, esasperando il colore ocra del terreno. È la mia prima alba nel deserto.

L’aria è molto calda e odora di roccia e sabbia. Immerso nel silenzio totale ho come la sensazione che manchi qualcosa, che all’alzarsi di quell’immensa palla infuocata dovrebbe corrispondere un qualche tipo di fragore. Invece no. Si erge silenzioso su quella natura vasta e immobile. Senza cinguettii nè frusciar di foglie. Così diversa, così aliena.

Corro ancora un po’, scatto qualche foto, presto attenzione a come sento le scarpe su quel terreno.

Torno al campo. La giornata scorre veloce, ormai ci sentiamo parte di una nuova dimensione, immersi nella natura, dove l’orologio non conta più e le giornate sono scandite solo dal sorgere del sole, dal respiro del vento e dal tramonto.

Infine arriva il momento di consegnare tutti i bagagli e rimanere solo con lo zaino, che sarà il nostro fedele compagno d’avventura.

Mentre i volontari ritirano il mio borsone e pesano per l’ultima volta il DesertKat, sento che forse è proprio quello l’inizio della Marathon des Sables: quando resti solo con lo zaino come unica prova tangibile di tutta la preparazione, di tutto il tempo che ti ha portato lì.

È quello il momento in cui capisci che si parte davvero.

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