Adamello Ultra Trail

Gestione di una gara, tra interrogativi e un viaggio sempre meraviglioso

Parto dalla fine, da quando dopo circa 12 ore di un fastidio banale, ma che mi impediva di correre ho deciso di interrompere la mia gara.

Nella realtà mi sono consultato con il medico di gara, una disponibilissima dottoressa che mi ha suggerito di fermarmi. L’alternativa era il rischio di un infezione oppure di prevenire con i farmaci. Non prendo farmaci già nella vita quotidiana, figuriamoci se li prendi in gara.

L’Adamello Ultra Trail è stata forse una della gare più belle a cui ho partecipato, per bellezza del paesaggio, sentieri, organizzazione calore e simpatia degli organizzatori. 

La gara come sempre inizia quando comincia il viaggio da casa. Io decido di arrivare in Val Camonica, a Vezza d’Olio con i mezzi. Un treno fino a Brescia, poi Edolo e infine un bus fino alla partenza della gara, dove mi sistemo per la prima notte in un delizioso hotel a gestione famigliare che si trova a 4 km fuori dal paese Hotel Riva. 

La mattina della partenza, come da indicazione di Felicina Biorci, faccio colazione con latte di soia fiocchi di avena pane e abbondante marmellata. Decido che sarà anche l’occasione per mangiare più del solito e provare così ad andare un po’ più veloce. Ormai ho imparato grazie al lavoro di questo anno con Felicina, che per “spingere” ci vuole carburante che senza glicogeno i muscoli sono vuoti, che se non si inizia a mangiare tanto già nella prima parte di gara nella seconda ormai le energie sono finite. 

La mattina della partenza il clima è perfetto, non caldo un po’ di nuvole, non fa caldo. Il clima che piace a me. 

Si parte, iniziamo con un paio di km di corsa in semipiano, poi si comincia a salire. Il percorso sembra molto adatto alle mie aspettative per nulla tecnico salite molto dure, sulla carta tutto per il meglio. Inizio però fin da subito ad andare piano, pensando che la gara inizia dopo molti km, primo errore se si vuole fare una gara migliorandosi bisogna partire alla velocità che si vuole tenere è giusto mantenere le energie ma senza illudersi di recuperare se si parte troppo piano difficilmente si aumenterà seriamente il ritmo. 

Mi godo il paesaggio, arriviamo dopo le prime salite ad un insediamento militare a 2500 metri sul livello del mare, risalente alla prima guerra mondiale, una trincea costruita a mano pietra su pietra.  Le nuvole sono basse, noi corriamo sopra. Velocemente arriva il 50esimo km sto benissimo. 

Metto la frontale per fare la prima salita della notte, tra le fiaccole accese arriva il passo dei contrabbandieri che meraviglia, la notte le torce la frontale. Faccio una telefonata, intanto corro cammino il freddo della notte le stelle il buio la solitudine. Tutto quello che amo. 

Risalgo ancora un po’ supero i 2300 di quota, crisi improvvisa di nausea. Mi devo sedere, spezzo in due la salita e la nausea passa. Al ristoro mangio qualcosa e riparto verso la lunga discesa su Ponte di Legno. Qui c’è la base vita, si mangia si beve caffè e alle 3.30 di notte si riparte. Una lunga salita mi porta a vedere l’alba in cima al fondo di una pietraia salita di quelle che pare infinita e poi una bellissima discesa. Inizia il fastidio che un po’ per volta diventa insopportabile, per non fare male devo camminare e non correre procedo lentamente, troppo lentamente. Altra salita, la finisco dovendomi fermare di continuo e poi incontro il medico che mi consiglia il ritiro. Mi fido e sorridendo abbandono la gara al rifugio La Cascata. Mancavano solo 40 km ma sarebbero stati troppo lunghi a quella velocità non mi andava di trascinarmi all’arrivo solo per dire che ero “Finisher”.  

Avevo deciso di provare a fare una gara un po’ veloce e invece nelle ultime 11 ore avevo fatto 40 km. Sopratutto non volevo trasformare una piccola cosa in un infezione che rischiavo di portarmi avanti per molto tempo. 

Nella mente restano immagini di passaggi incantevoli, volontari sorridenti lungo il percorso è una gioia infinita per aver corso questi magnifici 120 km. Resta la voglia di sognare e il desiderio di rimanere in gara quando si ha il sorriso e la gioia di esserci. 

Scendendo e nella notte successiva maturo ancora di più una riflessione, forse scomoda antipatica ma sulla quale credo ci si debba tutti interrogare. 

Adoro il Trail, le lunghissime distanze sono la mia passione, eppure inizio a rendermi conto che in queste gare ci siano due tipo di partecipanti, chi corre e chi partecipa. Lo dico subito io ho grande stima per entrambe le categorie, ma in questo momento della mia vita se continuò a fare gare voglio essere tra quelli che gareggiano. Non per vincere, è chiaro a tutti che non vincerò mai nulla, ma sono in un eta in cui potrei ancora migliorare con l’allenamento altrimenti porto avanti questa passione facendo le solitarie, le imprese e smettendo di gareggiare. La differenza: semplice l’allenamento e vedere dunque questo come uno sport e come tale va allenato, utilizzando le basi di fisiologia, la muscolatura ecc ecc. l’alternativa è fare queste gare come lunghissime passeggiate trascinandosi, come stavo facendo io, alla fine. 

Se questo è uno sport, allora è giusto che ci sia la fatica non solo dell’arrivo e non solo fatto per la foto finale ma anche per gareggiare provare a migliorarsi costantemente, il rischio altrimenti è di rimanere costanti e ritenersi sempre e comunque eroi. 

I miei sono interrogativi, ma anche punti di partenza per provare a migliorare sempre, è giusto bello è indispensabile che ci sia chi sogna, è giusto vivere i lunghi Trail come viaggi per fare qualcosa che da soli non si farebbe. Ma è anche giusto sognare di volersi migliorare e impegnarsi per questo. 

Come spesso accade nella vita si tratta solo di decidere cosa si vuole, e poi farlo. Sono due strade entrambe dignitose ma se uno non sceglie quale percorrere si costruirà sempre un alibi e ci si sentirà sempre vincitore.  Si è sempre vincenti, se si decide il proprio obbiettivo e lo si porta a termine. 

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